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Come una storia trovata in fondo a un cassetto è diventata un romanzo di successo 

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AGI – Vincere il Premio Bancarella con il libro d’esordio è da togliere il fiato, farlo raccontando la storia della propria bisnonna è un’emozione impagabile. Francesca Giannone, autrice di ‘La portalettere’, romanzo edito da Nord e presenza stabile in classifica dall’uscita nel gennaio 2023, si gode il successo e il risultato e si prepara alla trasposizione cinematografica di questa storia che, ambientata tra gli anni ’30 e gli anni ’60 resta di grande attualità. L’abbiamo intervistata.

Questo romanzo si inserisce in un filone che ci è familiare: una storia con figure femminili molto forti e, su tutte, quella di Anna, prima donna del sud d’Italia a vincere un concorso per diventare postina

È una storia che mi appartiene, perché Anna era la mia bisnonna, e che ho scoperto tramite un biglietto da visita trovato in un cassetto e che riportava per l’appunto nome, cognome e la dicitura ‘portalettere’.

Una storia di ordinario eroismo, considerata l’epoca…

La storia di una donna che arriva dalla Liguria in Salento e compie un atto rivoluzionario, un gesto eroico, pur non essendo ovviamente un’eroina e restando comunque un essere umano, con le sue fragilità, le sue debolezze.

Una storia rimasta chiusa in un cassetto per anni. Possibile che a tavola la domenica non si parlasse mai di questa nonna rivoluzionaria?

È proprio perché questa impresa è rimasta dimenticata per decenni che ho scritto questo romanzo: per restituirne la memoria. È iniziato tutto con un biglietto da visita di cui sono rimasti soltanto due esemplari. Era lì in un cassetto insieme ad altre foto in bianco e nero. Sapevo che la mia bisnonna faceva la postina ma nessuno mi aveva parlato del fatto che fosse stata la prima nel sud Italia. La sua impresa era data non solo per scontata, ma forse non è stata capita e valorizzata fino in fondo, non solo dalla mia famiglia, ma dalla comunità, dal Paese, che fortunatamente adesso sta riscoprendo questa concittadina. Anche se non è una saga familiare, racconta attraverso Anna la storia di una famiglia che seguiamo per due generazioni. Una famiglia a centro della quale c’è un conflitto molto importante, che poi è il filo rosso del romanzo: due fratelli innamorati della stessa donna, un conflitto molto doloroso che seguiamo fino all’ultima pagina

Se fosse stata pugliese invece che ligure avrebbe fatto una scelta così rivoluzionaria?

Questo non lo so. Bisogna comunque dire che prima di lei nessuna donna in paese aveva pensato di partecipare al concorso delle poste per diventare portalettere. Secondo me dipendeva dal fatto che avesse un’istruzione solida alle spalle, a differenza magari di tante altre donne che a stento avevano frequentato la scuola elementare. Lei si presenta al concorso e lo vince proprio grazie al fatto che ha un grado di istruzione più alto rispetto agli uomini.

Abbiamo una storia d’amore molto forte e una storia di emancipazione. Sono gli ingredienti per la storia perfetta per questo momento storico?

Ho iniziato a scrivere questo romanzo senza pensare minimamente nella pubblicazione né al pubblico che poi lo avrebbe letto. Sapevo solo di doverla scrivere. Nel momento in cui ho trovato quel biglietto da visita, ho deciso che dovevo raccontarla, senza alcuna pressione editoriale. Ho dato vita a questo romanzo in quella che poi ho ribattezzato ‘scrittura liberata’. Non ho seguito tendenze, non ho pensato a un pubblico. Ma poi in qualche modo il suo pubblico lo ha trovato. Probabilmente anche il fatto di scrivere senza condizionamenti è stato anche una carta vincente: i lettori hanno sentito che c’era cuore e non una macchina narrativa.

Lei, come la protagonista del suo libro, ha fatto una scelta particolare: ha studiato cinematografia a Roma, scrittura a Bologna e poi è tornata a Lizzanello, il paese dove è ambientato il romanzo. Come mai questa questa scelta?

Ho seguito le orme di Anna senza saperlo. Io ho passato un po’ di anni fuori, poi a un certo punto ho deciso di tornare a casa, alla mia terra, per restituirle qualcosa di tutto quello che avevo assimilato e raccolto. Ed è stato soltanto una volta tornata in Salento che mi sono imbattuta in questa storia.  In qualche modo forse era scritto che dovesse andare così.

 

Lei è anche pittrice e la sua pittura è molto concentrata sulle figure femminili. È una narratrice, ha studiato cinematografia, quindi conosce benissimo i canoni narrativi cinematografici e questo si vede anche nel romanzo. Quanto è importante avere gli strumenti tecnici ma essere capaci di cercare nelle proprie radici per costruire una storia?

È importantissimo perché non ci si può improvvisare narratori. Ho studiato al centro sperimentale di cinematografia, ho frequentato la scuola di scrittura fondata da Carlo Lucarelli a Bologna, la Bottega Finzioni, che mi ha dato gli strumenti con cui poter maneggiare il materiale narrativo. E ci vuole consapevolezza, non bastano soltanto la voglia di scrivere una storia e la passione. Non basta neanche il talento, perché il talento non serve a nulla se non si hanno gli strumenti per poterlo maneggiare. Quindi credo che sia importante avere gli strumenti del mestiere, una cassetta di attrezzi, che è indispensabile nel momento in cui ci si accinge a scrivere un romanzo, che significa centinaia e centinaia di pagine e anni di lavoro. Bisogna saper costruire un impianto narrativo che regga e se non si hanno questi strumenti si rischia di non farcela. Non basta essere un lettore forte per poter scrivere.

I finalisti del premio Bancarella erano sei, tre uomini e tre donne. I finalisti dello Strega erano cinque, quattro donne e un uomo. In totale possiamo dire che fino ad ora c’è una prevalenza di mondo femminile e c’è anche una forte presenza di storie di emancipazione femminile. È un tema che ha una sua urgenza di essere raccontato?

Io penso che si sentisse un po’ la mancanza dello sguardo femminile sulle cose, che è diverso da quello maschile. Quante donne ci sono state raccontate attraverso gli occhi degli uomini? Anna Karenina, Madame Bovary, ci sono personaggi memorabili, raccontati da uomini. Avere il punto di vista femminile sulle cose probabilmente è qualcosa che a lettrici e lettori mancava.

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La riscossa della radio

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AGI – Più della metà degli italiani sceglie la radio come compagno di viaggio. E’ quanto emerge dalla relazione annuale AGCOM secondo cui nel 2022 si è sintonizzato il 64,8% degli italiani, in linea con i consumi medi complessivi dell’anno precedente.Diversamente dagli altri mezzi di comunicazione, la radio, sia in termini di ascolti, sia con riferimento alle risorse complessive allocate nel settore, sconta in misura minore le incertezze derivanti dal contesto macroeconomico e geopolitico osservate nell’ultimo anno, evidenziando tuttavia alcune debolezze intrinseche se considerate in un più ampio orizzonte temporale.

Rispetto al 2019 – non è stato possibile recuperare i dati della pandemia -, si registra, nel giorno medio, una con[1]trazione degli ascoltatori superiore al milione. In compenso, aumenta il tempo dedicato all’ascolto radiofonico, con circa il 3% in più di minuti medi in un anno, 2,4% in più rispetto al 2019.Nel 2022, cresce il numero degli italiani che ascoltano le trasmissioni radiofoniche fuori di casa ( 5% in un anno), e in particolare durante i tragitti in automobile rispetto ad altri luoghi di ascolto. Si riduce invece l’ascolto do[1]mestico (-12,2%) e quello ibrido (sia fuori che dentro la propria abitazione, -1,1%).

Torna a crescere, dopo la riduzione dovuta alla pandemia, l’ascolto in automobile ( 2,7%), mentre diminuisce quello tramite apparecchi fissi (-6%). L’ascolto radiofonico sul web aumenta, anche se in maniera differenziata: se il consumo attraverso PC e tablet rallenta (-5,2%), decisamente più significativo è il ricorso ai device innovativi per seguire le trasmissioni radiofoniche da parte degli italiani (il 4,3% in più di individui ha seguito la radio mediante lo smartphone e il 29,2% in più dei radioascoltatori attraverso lo smart speaker/assistenti vocali).

Ciò conferma la duttilità della radio e la sua capacità di adeguarsi a scenari differenti e con efficacia di penetrazione.

I numeri

Sotto il profilo delle entrate complessive, si conferma la ripresa del settore. I ricavi derivanti dall’esercizio dell’attività radiofonica sono passati da 585 milioni di euro a 603 milioni nel 2022: una crescita pari al 3,1% (inferiore a quella del precedente anno), tuttavia non idonea a consentire di recuperare quanto perso rispetto al periodo antecedente la pandemia.

I ricavi da vendita di pubblicità radiofonica, che rappresentano la fonte di finanziamento prevalente del settore, sono pari a 455 milioni di euro, con un incremento del 3,3% rispetto all’esercizio precedente.

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Come nasce un bestseller e si vince due volte il Premio Bancarella

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AGI – Non è da tutti vincere due volte consecutive il Premio Bancarella. C’è riuscita la casa editrice Nord, nel 2022 con ‘L’inverno dei Leoni’ di Stefania Auci e quest’anno con ‘La portalettere’ di Francesca Giannone.

Ma non sono i primi successi inanellati dall’editore, piccolo solo in apparenza, che ha una storia lunga e ben diversa da quella che abbiamo imparato a conoscere. Per scoprirla abbiamo intervistato l’amministratore delegato del gruppo Gems – di cui fa parte, appunto, Nord – Marco Tarò. Che svela anche la sua ricetta per il bestseller perfetto.

Innanzitutto sfatiamo un mito: Nord non è una piccola casa editrice perché fa parte di un grande gruppo che ha un peso editoriale importante. Ce ne racconti la storia

La storia di Nord inizia tanti anni fa quando fu fondata da Gianfranco Viviani. grande appassionato di fantascienza, infatti la Nord è stata forse la prima casa editrice in Italia a occuparsi prima di fantascienza e poi di fantasy. Ha pubblicato nel corso degli anni i più importanti autori mondiali di fantascienza, tra cui Frank Herbert, autore della saga di Dune e tantissimi altri. Dopodiché, intorno agli anni 2000 la fantascienza come genere letterario, è andato in crisi, perché non c’erano più autori che scrivevano libri di fantascienza classica: si era un po’ virati sul cyberpunk e altre forme estreme di fantascienza e il pubblico pian pianino si è distaccato. Viviani decise di vendere e Longanesi decise di investire in questa casa editrice. Ci rendemmo subito conto che il catalogo della casa editrice faceva fatica e non era sufficiente a garantire un equilibrio economico e quindi la affidammo a Cristina Prasso che all’epoca lavorava per Longanesi e da lì iniziò la storia della nuova Nord, pubblicando un’ottima narrativa che non poteva essere ascritta a un genere ben preciso, ma che aveva delle sfumature che pescavano anche in altri generi. E da lì iniziammo

Poi ci fu il caso Schatzing…

Ci imbattemmo in un autore tedesco che in Germania stava facendo veramente sfraccelli, aveva già venduto mezzo milione di copie con un thriller corposissimo, stiamo parlando di quasi 800 pagine, tutto ambientato in mare e in cui si mescolano avventura, un po’ di fantascienza e soprattutto scienza. Fu un grandissimo successo: più di 100 mila copie

Cosa è successo alla fantascienza?

Io penso che la crisi della fantascienza sia dovuta al fatto che dagli anni ’90 spesso e volentieri la realtà ha superato la fantasia. Chi ha una certa età e guardava Star Trek, ad esempio, si ricorda di questi oggetti strabilianti che venivano usati per comunicare, uno scatolotto che non è nient’altro che un smartphone come quelli che usiamo adesso. Cose che oggi abbiamo nelle mani e usiamo tutti i giorni. È difficile inventarsi qualcosa di nuovo rispetto a quello che è già stato scritto. Anche i robot ormai sono entrati nella nostra vita quotidiana, quindi sono meno affascinanti.

Poi venne un caso particolare: un autore americano di quasi nessun successo in patria che invece fu un enorme successo in Italia

Glenn Cooper, che aveva scritto questo libro straordinario dove anche lì si mescolava il thriller, la fantascienza, che era ‘La Biblioteca dei Morti’. Un libro snobbato dai lettori americani per colpa dell’editore che aveva sbagliato titolo e l’aveva posizionato in un’area in cui non ha funzionato. In Italia è stato un successo da mezzo milione di copie, cavalcando la moda di quel momento che era quella del thriller un po’ esoterico lanciata da Dan Brown con il ‘Codice da Vinci’. Poi abbiamo portato in Italia la saga di The Witcher che poi è diventato un fenomeno, ultimamente rilanciato dalla serie tv di Netflix.

Parliamo di mode: tutto nel consumo è moda, anche la lettura è consumo e quindi anche lettura è moda. Noi nella moda quella classicamente intesa siamo abituati al fatto che siano un paio di stilisti o anche uno che azzecca filone e poi tutti gli altri gli vanno dietro. Nell’editoria l’impressione è che invece sia un po’ invertito il processo cioè è il pubblico che detta la moda e l’editore a volte anche un po’ faticosamente, a volte sbagliando o arrivando un po’ tardi. Come funziona?

È in parte vero che le mode le generano i lettori ma secondo me quelli che danno il via alle nuove tendenze alla fine sono gli autori che scrivono i libri che hanno in mente. Noi editori decidiamo di pubblicarlo non perché quel genere funziona in quel momento, ma perché riteniamo che sia un buon libro e che possa avere un buon gradimento di pubblico e quindi poi può nascere una tendenza più che una moda E il passaparola è quello che poi amplifica le vendite di un libro. Però c’è un anello fondamentale tra l’editore e i lettori che sono i librai, soprattutto i librai indipendenti, persone che leggono molti libri, che conoscono i tuoi gusti e che ti possono indirizzare verso libri simili. E quello è secondo me l’anello fondamentale.

E qui facciamo un piccolo salto temporale e arriviamo praticamente ai nostri anni. Ho l’impressione che con ‘I leoni di Sicilia’ abbiate trovato un filone non soltanto narrativo che si rivolge soprattutto a un pubblico femminile e che racconta storie di amore, storie di riscatto femminile, storie di emancipazione. Come definiamo questa linea editoriale?

Grandi storie che da una parte che hanno una ottima qualità di scrittura, quindi non sono romanzetti passati il termine commerciali, ma sono libri ben scritti con una grande qualità di scrittura, ambientati che raccontano da una parte raccontano storie di famiglie, ma anche un po’ la storia del nostro Paese. Leggendoli si ha la sensazione di imparare qualcosa, di ripassare la storia dell’Italia.

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“La portalettere” di Francesca Giannone vince il Premio Bancarella 

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AGI –  “La portalettere” della scrittrice pugliese Francesca Giannone (Editrice Nord) ha vinto la 71esima edizione del premio Bancarella, assegnato nel corso della tradizionale cerimonia di premiazione pubblica che si è svolta in piazza a Pontremoli, in Lunigiana.

Della cinquina finale del premio facevano parte anche Sandro Neri con “Gaber” (Hoepli), Davide Cossu con “Il quinto sigillo” (Newton Compton), Massimo Cotto con “Il re della memoria” (Gallucci), Bea Bozzi con “L’anno delle parole ritrovate” (Morellini) e Francesca De Paolis con “Le distrazioni” (HaperCollins).

Francesca Giannone succede nell’albo d’oro del premio Bancarella a Stefania Auci che lo scorso anno si era imposta con “L’inverno dei leoni”.

 “Il primo grazie per questo premio voglio farlo alla mia casa editrice, Nord, che ha creduto in questo libro ed è diventata per me una famiglia”. Così Giannone ha commentato a caldo dal palco di Pontremoli la vittoria del premio. 

Il romanzo è ambientato nel giugno 1934 a Lizzanello, un piccolo paese del Salento, dove inizia la storia di Carlo, tornato nel suo paese natale, e della bella moglie Anna, arrivata dal Nord, che sfidando il modo di pensare dell’epoca, partecipa e vince il concorso alle poste e diventa la prima portalettere di Lizzanello. 

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La festa dei 60 mila a Roma per Marco Mengoni [VIDEO]

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AGI – Apoteosi al Circo Massimo per Marco Mengoni, il cantante di Ronciglione che ha chiuso a Roma un tour trionfale con una vera e propria festa. Ad applaudirlo c’erano 60mila persone, giunte da ogni parte d’Italia fra le quali tanti fedelissimi che lo hanno seguito anche in altre tappe. Fan accorsi da nord a sud d’Italia ma anche dai paesi europei vicini come la Croazia, l’Austria, la Germania.

Sin dalle prime ore del mattino, il Circo Massimo è stato preso d’assalto dai sostenitori che si erano avvicinati all’area già dalla notte, dormendo sul marciapiede. Alle 21 circa del venerdi, tanti giovani, soprattutto ragazze, sostavano davanti alle transenne per scattare foto durante l’allestimento del palcoscenico. E nel pomeriggio seguente, in tanti si sono appostati per vedere il cantante arrivare alle prove.

Mengoni, una delle più belle voci dell’attuale panorama musicale italiano, ha festeggiato la chiusura del tour con tanti ospiti saluti sul palco con cui ha cantato alcuni suoi brani: Samuele Bersani (Ancora una volta), Bresh (Chiedimi come sto) Elodie (Pazza Musica), Gazzelle (Il meno possibile) e Ariete con cui ha cantato “Due Nuvole”. Tutti applauditissimi dal pubblico che ha regalato al cantante un sold out dietro l’altro.

Il concerto è finito alle 23.30 e subito dopo via all’afterparty con Dj set fino a mezzanotte con lo stesso Mengoni sul palco a ballare insieme alla band e allo staff. E in autunno, questo ragazzo che usa la voce come se fosse uno strumento musicale, porterà la sua musica e il repertorio in Europa: Barcellona, Bruxelles, Amsterdam, Parigi, Francoforte, Vienna, Zurigo e Monaco.

Lo show ha raccontato gli ultimi due anni di straordinari successi e racchiuso oltre 13 anni di carriera, dagli esordi fino alla pubblicazione della trilogia multiplatino Materia. L’evento-festa di Roma arriva a pochi giorni dalla conclusione, lo scorso sabato con il live allo Stadio San Siro di Milano “Marco Negli Stadi 2023”, il primo tour negli stadi nelle città più importanti d’Italia completamente sold out.

Gli ospiti e le canzoni

Lo show al Circo Massimo è stato quindi pensato come una grandissima festa con musica ed esibizioni fin dal pomeriggio: già dalle 16.30 la venue si era animata con l’alternarsi di diversi DJ set ed ha proseguito dopo il concerto con il gigantesco “afterparty” con Chloé Caillet, eclettica dj, producer e polistrumentista, uno dei nomi di punta della night life internazionale.

Ad accompagnare Mengoni nel corso della giornata oltre agli artisti citati, anche amici che sono stati parte del progetto Materia tra cui alcuni dei produttori, come Dardust, Crookers, Estremo e Whitemary. Il rapporto di Marco con Samuele Bersani e’ strettissimo e unisce stima ad una lunga e sincera amicizia e li ha visti insieme nella realizzazione di “Ancora una volta”, un brano intenso e poetico: “un regalo” l’ha definito Mengoni, dove le loro voci si amalgamano perfettamente, dando vita a uno spazio sospeso in cui incontrarsi.

Sul palco del Circo Massimo è salito per “Chiedimi come sto”, anche il rapper genovese Bresh artista considerato da Marco “una delle penne piu’ interessanti del panorama urban contemporaneo”. Elodie con “Pazza musica” (certificato disco d’oro), ha fatto ballare con Marco il pubblico sulle note di questo singolo estivo attualmente in rotazione, che vede per la prima volta insieme i due amici e due tra gli artisti piu’ amati del panorama musicale pop italiano.

Con Gazzelle, invece, c’e’ una solida amicizia di vecchia data, nata ai tempi della collaborazione su “Calci e pugni”, e un rapporto di stima personale e professionale, che ha portato Marco a volere Flavio anche all’interno del progetto Materia con “Il meno possibile”.

Mengoni al Circo Massimo è stato uno show che ha celebrato la carriera e, per questo, si sono alternate hit del passato come Credimi Ancora e altre del presente come Mi Fidero’. Due Vite, canzone vincitrice del Festival di Sanremo di quest’anno e brano con cui Marco ha rappresentato l’Italia all’Eurovision, è stata accolta da ovazione.

Laser show, stelle filanti e coriandoli, effetti speciali, per un impatto scenografico che ha consentito al cantante di poter essere davvero “vicino” al suo pubblico. Marco Mengoni conta 8 album in studio, 75 dischi di platino, oltre 2 miliardi di streaming totali audio/video e 9 tour live. Gli ultimi due anni, e in particolare il 2023, sono stati scanditi da moltissimi traguardi a partire dalla pubblicazione di Materia (Terra) a dicembre 2021, proseguita con i primi show negli stadi di Milano e Roma la scorsa estate e una serie di palazzetti sold out in autunno, in contemporanea all’uscita dell’album Materia (Pelle).

Oltre ad aver vinto la 73esima edizione del Festival di Sanremo con il brano “Due Vite” ed essersi classificato quarto all’Eurovision Song Contest a Liverpool, Marco Mengoni è anche il vincitore del Nastro d’Argento per la miglior canzone originale con “Caro amore lontanissimo”, versione inedita di un brano di Sergio Endrigo e parte della colonna sonora del film “Il Colibri'” di Francesca Archibugi. 

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Scoperta a Selinunte una porzione dell’antico porto

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AGI – Il sito archeologico di Selinunte continua a regalare sorprese. Una struttura lunga 15 metri e quattro filari di blocchi per un’altezza di circa 1,80 metri, è stata scoperta casualmente a pochissima distanza da quella che doveva essere la darsena collegata al mare, a un centinaio di metri dalla riva attuale. Potrebbe essere parte di uno dei due porti dell’antica ex colonia di Megara Iblea, ampio e imponente come richiedeva una delle più importanti città del Mediterraneo, centro di traffici commerciali.

Di questa costruzione non c’è traccia nei documenti dei viaggiatori tra Settecento e Ottocento, né nelle descrizioni dei ricercatori dell’epoca: è di certo molto antica, probabilmente fu distrutta o comunque sommersa, in epoca lontana. A oggi gli archeologi non arrischiano teorie ma solo ipotesi sulla forma e funzione originale dell’imponente architettura: forse una struttura di contenimento sul fiume – il georadar registra molte altre strutture sotto la sabbia – forse le pareti di una darsena per le barche (si intravedono scanalature a intervalli regolari) magari collegata alle 80 antiche fornaci scoperte molto più’ a monte, forse addirittura la base di un ponte sul fiume.

Una scoperta topografica importante 

Di una cosa gli studiosi sono certi: è un ritrovamento di grandissimo interesse che potrebbe far riscrivere la topografia della città antica. Ed è una scoperta del Parco archeologico, diretto da Felice Crescente, che si sta infatti già impegnando per sviluppare un progetto multidisciplinare e avviare le ricerche a partire dal ritrovamento.

La scoperta è avvenuta durante dei semplici lavori di disboscamento e ripristino del Vallone del Gorgo Cottone, alla foce del fiume omonimo, lungo la riva occidentale; all’inizio è affiorato solo l’angolo di un blocco, il resto era sepolto sotto lo strato massiccio di sabbia e di vegetazione recente, probabilmente ammassata nel dopoguerra durante la sistemazione della zona dell’acropoli.

“Appena pochi giorni dopo il ritrovamento a Segesta, arriva un’altra scoperta che conferma la Sicilia un inesauribile giacimento di reperti che contribuiscono a ricostruire una storia millenaria gloriosa e figlia di scambi culturali ed economici incessanti”, dice il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani.

“Questa volta – dice l’assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana, Francesco Paolo Scarpinato – si tratta della straordinaria Selinunte e del suo antico porto che la rendeva uno dei centri di commercio del Mediterraneo. Siamo sempre più certi che bisogna sostenere nuove missioni di scavo, e Selinunte sarà tra le priorità: il nostro impegno è quello di riportarla alla luce nella sua complessità e interezza. Siamo felici che la scoperta sia interamente del Parco con i suoi archeologi”.

 

L’archeologa Linda Adorno, responsabile della sorveglianza dei lavori, ha intuito subito l’importanza della struttura e ha fatto si’ che fosse portata alla luce. Sono stati immediatamente sospesi i lavori per consentire indagini piu’ approfondite ed è stata avviata una pulizia più accurata della zona.

Linda Adorno, di origine castelvetranese, profonda conoscitrice e studiosa dell’antica Selinunte, e’ collaboratrice scientifica dell’Istituto archeologico Germanico di Roma; è stata spontaneamente assistita dalla collega Melanie Jonasch che era in missione in zona per un altro progetto; al primo intervento ha partecipato anche un gruppo di studenti dell’Universita’ di Palermo, che negli stessi giorni erano impegnati in una campagna di ricognizione sul territorio urbano.

Grazie alla preziosa collaborazione di tutti, è stato possibile far affiorare l’intera larghezza della facciata della struttura: di cui non si comprende ancora l’utilizzo antico, ma e’ necessaria al più presto un’indagine più ampia e approfondita.

Secondo gli archeologi, la posizione della struttura sulla sponda occidentale del Gorgo Cottone indicherebbe un collegamento con il traffico navale del porto orientale, su cui sta studiando in questi giorni l’Università di Bochum. Senza dubbio è una parte integrante dell’impianto urbano della citta’ greca, visto che è perfettamente in linea con la rete stradale del sistema meridionale.

Intuizione, questa, che è stata accettata da uno dei più grandi conoscitori dell’impianto urbanistico della colonia di Selinunte, Dieter Mertens, non appena è stato informato della scoperta. Bisognerà comunque aspettare i risultati di nuove ricerche per definire con più esattezza, forma e funzione della struttura: saranno di certo di grande aiuto i carotaggi dei geoarcheologi che in questi giorni indagano l’andamento del fiume e l’estensione della foce del Cottone in epoca antica.  

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Michela Murgia si è sposata civilmente

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AGI – “Qualche giorno fa io e Lorenzo ci siamo sposati civilmente. Lo abbiamo fatto ‘in articulo mortis’ perché ogni giorno c’è una complicazione fisica diversa, entro ed esco dall’ospedale e ormai non diamo più niente per scontato. Lo abbiamo fatto controvoglia: se avessimo avuto un altro modo per garantirci i diritti a vicenda non saremmo mai ricorsi a uno strumento così patriarcale e limitato, che ci costringe a ridurre alla rappresentazione della coppia un’esperienza molto più ricca e forte, dove il numero 2 è il contrario di quello che siamo. Niente auguri, quindi, perché il rito che avremmo voluto ancora non esiste. Ma esisterà e vogliamo contribuire a farlo nascere”.

Così sul suo profilo Instagram la scrittrice Michela Murgia, che a inizio maggio aveva reso nota la sua battaglia contro un tumore al rene a uno stadio molto avanzato. “Tra qualche giorno nel giardino della casa ancora in trasloco daremo vita alla nostra idea di celebrazione della famiglia queer”, scrive ancora l’autrice di Cabras.

“Le nostre promesse non saranno quelle che siamo stati costretti a fare l’altro giorno. Vogliamo condividerlo a modo nostro e lo faremo da questo profilo, senza giornalisti o media vari. Il nostro vissuto personale, come quello di tutti, oggi è più politico che mai e se potessi lasciare un’eredità simbolica, vorrei fosse questa: un altro modello di relazione, uno in più per chi nella vita ha dovuto combattere sentendosi sempre qualcosa in meno”.

Le parole con le quali Michela Murgia ha annunciato il suo matrimonio civile con il compagno Lorenzo, anticipando la volontà di una ulteriore nuova celebrazione ‘queer’ e più personale, sono in linea con il suo recente percorso. L’autrice e politica sarda, che fin dagli esordi letterari non ha mai fatto mancare la sua voce per i diritti civili, si è sempre schierata in favore della libertà di autodeterminazione nei rapporti personali, sentimentali e familiari.

Tanto da aprire le porte della sua casa raccontando al pubblico la sua famiglia ‘queer’, intesa come un nucleo familiare inclusivo e mai escludente, nel quale l’autrice di Accabadora abbraccia tutte le persone che ritiene di voler sostenere e amare.

Non solo il marito Lorenzo, “che è un uomo ma sarebbe potuta essere una donna” come ha spiegato la stessa Murgia in un’intervista al Corriere della Sera, ma anche amiche e amici, colleghe e colleghi, persone con le quali ha condiviso il proprio attivismo o semplicemente una parte del cammino. Pezzi di vita, insomma. O, per dirla con le sue parole, ‘fillus de anima’, figli dell’anima.

Dopo aver annunciato, a marzo, di essere affetta da un grave carcinoma, la scrittrice ha anticipato inoltre di voler acquistare una casa con dieci letti, dove poter ospitare la grande comunità che vive già con lei a Roma e che rappresenta, appunto, la sua famiglia. È stata lei stessa a raccontarla in diversi e dibattuti post su Instagram, dal titolo ‘queering the family’.

“Nella queer family che vivo non c’e’ nessuno che non si sia sentito rivolgere il termine sposo/sposa in questi anni. L’elezione amorosa va mantenuta primaria, perché nella famiglia cosiddetta tradizionale i sentimenti sono vincolati ai ruoli, mentre nella queer family è esattamente il contrario: i ruoli sono maschere che i sentimenti indossano quando e se servono, altrimenti meglio mai. Usare tipologie di linguaggio alternative permette l’inclusione”.

O ancora: “La queerness familiare è una cosa che esiste e raccontarla è una necessita’ sempre più politica, con un governo fascista che per le famiglie non riconosce altro modello che il suo”.

L’intellettuale ha inoltre raccontato anche i rapporti interni alla queer family, ad esempio il suo con Claudia e Raphael. “Nella nostra famiglia queer io e Claudia siamo l’unica coppia omogenitoriale perché condividiamo un figlio, Raphael. Come è successo che siamo diventate madri insieme? Lo ha fatto succedere Raphael, prendendomi la mano la sera stessa in cui ci siamo conosciuti e dicendomi ‘non voglio che te ne vai più via’. Allora ho guardato Claudia, anche lei conosciuta quella sera. Nei successivi dodici anni è successo di tutto, io ho divorziato, lei si è sposata. Ma una cosa non è cambiata. Siamo rimaste entrambi le madri di Raphael”.

Amata e contestata, mai convenzionale, sempre controcorrente quando la corrente tira in una direzione che lei ritiene superata. Michela Murgia ha sempre puntato a svelare mondi ancora sconosciuti ad altri. Lo ha fatto con la Sardegna ancestrale dei suoi romanzi. Lo fa adesso, con il racconto queer della sua vita. 

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Massimo Ghini, la battaglia di Hollywood è contro un nemico comune

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AGI – “E’ una battaglia contro un nemico comune. Dobbiamo renderci conto di questo e iniziare seriamente ad affrontare il problema. Anche se ancora non ci riguarda in quei termini ma per una volta, non facciamoci trovare scoperti e sorpresi quando toccherà a noi” . Lo ha detto all’AGI Massimo Ghini , attore, commentando lo sciopero degli attori di Hollywood e prima ancora degli sceneggiatori, contro un sistema che sta trascinando al ribasso il settore fortemente in mano agli streamer e che ha condotto alla scomparsa dei profitti secondari, all ‘usa sempre più massiccio dell’Intelligenza Artificiale, al ricorso alle piattaforme con lo svuotamento delle sale cinematografiche.

“Da noi – spiega Ghini – una industria vera e propria come quella americana non c’è. Abbiamo avuto un lampada negli anni ’60 ma poi è finito tutto, tanto che i grandi produttori italiani sono andati via e noi siamo diventati una sorta di ‘impiegati’ con tutto il rispetto per la categoria, dipendenti dal Fus,il Fondo Unico per lo Spettacolo che è una catena che ti lega al potere politico in Italia .Fus.Ogni tanto ci sono fenomeni che escono da questa logica, film che magari incassano milioni di euro ma oggi come oggi, dico che il segnale che arriva dagli Usa va recepito al volo”.

In America sono però ben organizzati: “Certo – sottolinea l’attore – fanno subito categoria, fanno rivendicazioni di gruppo, io sono stato 15 anni segretario del sindacato e dico che dobbiamo muoverci. Negli Usa, attori come Matt Damon si pongono il problema dei colleghi che per esempio, non riescono a pagarsi le cure mediche, perché ci sono questi casi: esistono. Noi incidiamo poco, non ci facciamo sentire. Basta pensare che siamo nel 2023 e non c’è un contratto sull’audiovisivo…Di che parliamo?”.

Ma perché non c’è gruppo? “Mah c’è anche la paura, ed è anche per questo che non facciamo massa fra sceneggiatori, attori, registi per rivendicare qualcosa. C’è paura che poi è un attimo e scompari. C’è tutto il contesto che è difficile anche se io sono però fiducioso nel fatto che se non raschiamo il fondo, non torniamo. C’è timore ma su questo tema dobbiamo fare mente locale e fare in modo che qualcuno tiri fuori un pensiero, una strategia che ci leghi almeno al resto d ‘ Europa .

Il sistema andrebbe rivoluzionato dall’interno. Abbiamo Unita che ora si sta dando da fare. Ma il nodo principale, è che se non entriamo in una dimensione generale, e facciamo battaglia tutti insieme non ne usciamo. Ed io sono convinto che questo sistema, sfuggirà presto di mano anche ai produttori. Le piattaforme comandano e il produttore non è più quello di una volta”.

Per Massimo Ghini dunque, “Quello che accade a Hollywood deve suscitare un dibattito vero parlando: servire un atto di coraggio e unire idealmente alla protesta americana, fare un ragionamento in tal senso. Negli Usa si sta di proteggere il lavoro di maestranze, attori , sceneggiatori… Non possiamo fare finta che da noi non possa accadere un giorno. Sono molto triste, sono vissuto e nato nel cinema e oggi non vedo il cinema. Guarda il film sulle piattaforme. Ce ne vogliamo rendere conto? E poi, lo spettacolo: stiamo parlando di una piccola categoria artistica italiana che fa parte del Pil Noi artisti partecipiamo al Pil.Gli americani vengono qui a produrre perche’ la manodopera gli costa meno, ed è un fatto di mercato che ormai abbiamo adottato anche noi, andando a girare per esempio in altri Paesi. Ma anche questo, andrebbe regolamentato. Però – conclude Ghini – non perdiamo di vista il fatto che siamo davanti a una rivoluzione che sta cambiando completamente il modo di pensare un prodotto artistico di intrattenimento. Mi auguro che ci sia attenzione da parte di intellettuali, del ministro della cultura attuale che e’ un giornalista, ha scritto libri. Serve una sensibilita’ culturale maggiore rispetto a chi c’era prima, con politici di passaggio sulla poltrona di ministro della cultura”. 

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