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SANT’ANTONIO ABATE – GUINNESS WORLD RECORDS – LA PIÙ GRANDE DONAZIONE DI PIZZE A SCOPO BENEFICO DELLA STORIA

SFIDA AL GUINNESS WORLD RECORDS: PRESENTATO A SANT’ANTONIO ABATE IL PIÙ GRANDE EVENTO BENEFICO DELLA STORIA DELLA PIZZA

Conclusa la conferenza stampa ufficiale presso la Sala Consiliare “Modestino Villani”. Il 30 giugno il tentativo di Guinness World Records per la più grande donazione di pizze a scopo benefico mai realizzata.

SANT’ANTONIO ABATE (NA) – Si è svolta con grande partecipazione, presso la Sala Consiliare “Modestino Villani” del Comune di Sant’Antonio Abate, la conferenza stampa ufficiale di presentazione del tentativo di Guinness World Records in programma il prossimo 30 giugno in Piazza della Libertà.

Nel corso dell’incontro sono stati illustrati tutti i dettagli di quella che si preannuncia come un’impresa senza precedenti: l’Associazione Napoletana GPN – Gruppo la Piccola Napoli coordinerà una squadra internazionale composta da circa 100 maestri pizzaioli provenienti da diverse realtà del settore, uniti dall’obiettivo di sfornare 12.000 pizze in sole dodici ore.

L’iniziativa non punta soltanto a stabilire un primato numerico, ma soprattutto a lasciare un segno concreto nel campo della solidarietà. Il tentativo mira infatti a ottenere il riconoscimento ufficiale del Guinness World Records per la più grande donazione di pizze a scopo benefico mai registrata. L’intera produzione sarà destinata alla Fondazione Santobono Pausilipon e a numerose realtà assistenziali del territorio campano.

Durante la conferenza sono stati inoltre presentati i partner coinvolti, gli aspetti organizzativi e logistici dell’evento e il programma completo della giornata del 30 giugno, che vedrà Sant’Antonio Abate trasformarsi nel cuore pulsante di una manifestazione capace di coniugare tradizione, inclusione e solidarietà, attirando l’attenzione di media nazionali e internazionali.

I rappresentanti dell’Associazione GPN – Gruppo la Piccola Napoli Pizza & Food e le istituzioni presenti hanno sottolineato il valore sociale dell’iniziativa, evidenziando come il tentativo di record rappresenti un’occasione unica per promuovere il territorio attraverso uno dei simboli più riconosciuti della cultura italiana nel mondo: la pizza.

Riepilogo evento

Cosa: Tentativo di Guinness World Records – #GuinnessdellaSolidarietà
Quando: 30 giugno 2026
Dove: Piazza della Libertà, Sant’Antonio Abate (NA)

#GuinnessdellaSolidarietà

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Cultura

Numen docet, il Divino insegna – A Roma alla Fondazione del Nazareno, dal 13 al 26 giugno, la personale di Manuel Bonfanti

Vernissage: sabato 13 giugno, ore 17- Fondazione del Nazareno, Via Sant’Andrea delle Fratte, Roma

Roma, …. Maggio 2026. La spiritualità come guida, il sentimento del numinoso in cui il pensiero prende forma e valore. Cosa accade quando l’opera d’arte smette di rappresentare e comincia a rivelare? È questa una delle domande che pone Numen Docet (Il Divino insegna), la nuova personale di Manuel Bonfanti a Roma, a cura di Rossana Cosci, ospitata negli spazi della Fondazione del Nazareno. Il titolo è già una soglia. Un invito a sostare davanti a ciò che nell’arte non si spiega, ma si percepisce.
L’inaugurazione si terrà sabato 13 giugno alle ore 17, con la presentazione del critico d’arte Alfio Borghese. La serata sarà animata dal concerto del Palocco Ensemble — con Fabio Babiloni (tenore), Alberto Andreini (basso), Mirella Puligheddu (alto), Alberto Bossi (organo) e Marco Martino (tenore) — e dalla presenza dello chef Marco Coppola del ristorante Tramae, Palazzo Talìa.

La mostra

Il percorso espositivo si snoda nelle sale della Fondazione e raggiunge il suo fulcro nella Sacra Cappella del Nazareno, dove sono custodite le reliquie di San Giuseppe Calasanzio, fondatore dei Padri Scolopi. In questo spazio carico di storia e devozione, Bonfanti colloca una grande sfera di luce (diametro 100 cm, tecnica mista su alluminio anodizzato, 2026) che dialoga con l’architettura sacra attraverso la grammatica del numinoso.
L’oro che domina nella Cappella, simbolo del divino immutabile e della luce trascendente,  trova nel celeste della sfera  il suo interlocutore naturale: il colore dell’infinito, del manto mariano, del cielo nell’ora che precede l’alba, sulla soglia tra due mondi, tra dimensione terrena e trascendente. È il contrasto che governa le icone bizantine, dove l’oro dello sfondo e il celeste delle vesti della Vergine si fronteggiano in un equilibrio di eternità. La forma sferica-  cerchio senza inizio né fine, centro ed epicentro – apre alla dimensione della ricerca perenne, alla circolarità dell’aureola, all’aura che espande la luce divina. L’eterna ricerca di qualcosa oltre e di uno spazio altro, che accompagna l’uomo dall’origine del mondo.

Nelle sale della Fondazione, le sfere di luce- nei diversi formati di 100, 50 e 40 cm di diametro- mostrano l’intera ampiezza della ricerca più recente dell’artista ( in mostra con 22 sfere di luce a Venezia, nella personale Verde Miccia, per tutta la durata della Biennale) oscillando tra tecniche e registri differenti.  Alcune rivelano l’assolutezza del gesto grafico, quasi calligrafico, con la fluidità meditativa dello Shodo, l’arte della calligrafia giapponese, dove la pennellata fluida diventa un esercizio dell’anima;  altre si aprono a una dimensione più squisitamente pittorica, dove il colore torna a essere protagonista in tutte le sue tonalità, sfumature e accezioni simboliche. Un esercizio di misticismo e geometria della meditazione dove la traccia attraversa spazio e tempo, supera muri e tocca nel buio la memoria, in cerca di una nuova luce. Il risultato, dall’equilibrio estetico e semantico vibrante, è quello di uno spazio multiverso e cangiante, con riflessi eterei e luce vivida.  “Sono sfere di luce, anzi forme di colore che ruotano, schizzano, rifuggono la statica dei corpi- scrive lo storico dell’arte Alessandro MasiSono schegge, frammenti, spazi obliqui su cui declina la forma prendendo mirabolanti traiettorie di dinamica discendenza futurista alla Vedova, quello più maturo degli anni Settanta, dei Plurimi per intenderci. Sono soggetti a metà via tra la materia e il concetto, tra l’opera e l’installazione, tra la storia e la cronaca, come un Kounellis redivivo”.

La personale di Roma Numen Docet  è frutto di una lunga ricerca sul valore del numinoso, ricercato dall’artista sin dalle prime opere pop, per guardare nella vita ordinaria una spiritualità straordinaria, che emerge proprio laddove non la si era immaginata, scandendo le ore del quotidiano, cercando di elevare l’ordinarietà delle cose.

In esposizione nelle sale della Fondazione, alcune tra le opere più rappresentative del ciclo Air Space, perché è nell’andare oltre e attraverso lo spazio che ci si avvicina al divino.
Le tele in mostra, indagano il colore, tra velature e tocchi e ritocchi, fino ai lavaggi in lavatrice, spaziando dall’oro al blu, dal rosso al verde miccia. Lo spazio si dilata, l’invito è quello di leggere un luogo nel gesto pittorico, nelle tracce e segni grafici che spaziano dal colore verde al blu, in un’esplosione di senso. Un paesaggio gestuale e immaginario che apre a nuovi dialoghi, a nuove dimensioni spaziali,  in un’immersione nel colore meditativa e mistica.
La mostra si intreccia con tre riferimenti fondamentali. Il primo è Rudolf Otto, che ne Il Sacro (1917) definì il numinoso come mysterium tremendum et fascinans: la forza ineffabile che abita il sacro e precede ogni parola — un tema che Bonfanti ha esplorato a lungo, anche attraverso la serie MR8 ( tar il 2002 e il 2004 con diverse  opere)  con esplicito riferimento al filosofo tedesco. Il secondo è James Hillman, padre della psicologia archetipica: per Hillman l’immagine non è decorazione del pensiero ma sua origine, e ogni forma porta in sé il concetto di anima. Il terzo è Carlo Belli, con il suo Kn (1935), manifesto dell’astrattismo italiano, che libera la forma da ogni obbligo narrativo e la restituisce alla sua essenza pura, assoluta, quasi sacrale.

L’oracolo e il numinoso nell’era dell’intelligenza artificiale
C’è qualcosa di rivelatore nel gesto con cui, sempre più spesso, l’uomo contemporaneo si rivolge a una macchina per fare le domande che un tempo rivolgeva al cielo. Chi sono? Cosa devo fare? Esiste un senso? L’intelligenza artificiale non ha costruito templi, eppure riceve confessioni. Non ha volto, eppure è interpellata come un oracolo. Risponde con la fluidità di chi ha letto tutto  e con il silenzio di chi non ha vissuto nulla. Questa delega è, prima di tutto, una diagnosi. Dice qualcosa di un’epoca che ha svuotato i luoghi tradizionali del sacro senza riuscire a estinguere il bisogno che li aveva generati. Il numinoso , quella forza ineffabile che Rudolf Otto definì mysterium tremendum et fascinans,  non scompare con la modernità: si sposta. Si insinua tra le righe di una risposta generata, nella speranza che qualcosa, in quella precisione apparente, sappia finalmente dire la parola giusta. La parola che salva, che orienta, che nomina ciò che non si riesce a nominare da soli. Ma l’arte sa quello che l’algoritmo non può sapere: che la domanda vale più della risposta. Che il silenzio davanti a un’opera non è un errore da correggere, ma uno spazio da abitare. Che la luce, quella vera, quella che trema, quella che ci tiene vivi e ci accende non si ottimizza.
In questo senso, la pittura torna a essere un atto necessario e quasi anacronistico nella sua necessità. Non perché ignori il presente, ma perché custodisce una forma di intelligenza diversa: lenta, corporea, stratificata. Un’intelligenza che non produce output, ma aperture. Che non risponde, ma risuona. Le opere in mostra nascono da questa consapevolezza. Sono forme che cercano, non forme che dichiarano. Abitano lo spazio liminale tra il visibile e l’indicibile, tra la materia e ciò che la materia, in certi momenti, riesce a contenere. In un’epoca che ha imparato a chiedere tutto alle macchine, propongono il gesto opposto: fermarsi. Guardare. Lasciarsi attraversare. L’intelligenza artificiale può simulare la risposta. L’arte, ancora, pratica la domanda.

La mostra in parallelo, a Venezia durante la 61ª Biennale d’Arte

Numen Docet è allestita in concomitanza con Verde Miccia, personale di Bonfanti nella sede Confcommercio di Venezia (Sestiere San Marco, 4039), aperta per l’intera durata della 61ª Biennale d’Arte 2026 (fino al 22 novembre 2026).

L’artista

Manuel Bonfanti. è nato nel 1974 a Bergamo, dove vive e lavora. Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove ha studiato con Luciano Fabro e ha completato la sua tesi in storia dell’arte contemporanea con Marco Meneguzzo.  La sua carriera è iniziata come assistente di galleria, collaborando alla creazione di opere con diversi artisti, tra cui Gabriel Orozco e Julian Opie.  Esplorando il rapporto estetico tra sublime, spazio e luce, Bonfanti crea opere  in cui il colore evoca ambienti di risonanza mistica e paesaggi zen. Le sue tele di grandi dimensioni spesso indagano i luoghi invisibili e spirituali e gli spazi liminali tra figurazione e astrazione, permeati da una sensibilità animistica. La sua pratica si confronta con le dimensioni metafisiche della percezione, dove la pittura diventa un veicolo di contemplazione e trascendenza. L’opera di Bonfanti riflette un interesse costante per le qualità immateriali dell’aria, della luce e del suono, coltivando atmosfere che sfumano i confini tra esperienza interiore e ambiente esterno.  Ha esposto presso prestigiose istituzioni culturali, tra cui il Centro Culturale Nazionale di Kazan,  l’Istituto Italiano di Cultura a Praga, la Biennale d’arte 2024 a Venezia dell’European Cultural Centre, L’Art Pur Foundation di Riyadh (Arabia Saudita), Palazzo Firenze- sede della Società Dante Alighieri a Roma (in concomitanza con la Future Week) nel 2025. Bonfanti è anche curatore di The Tube One, un progetto artistico permanente presso l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

 

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Cultura

Antonio Del Donno protagonista al MAXXI nella grande mostra “extra MAXXI – Creature, Creatori. San Francesco e l’arte contemporanea”

Antonio Del Donno protagonista al MAXXI nella grande mostra “extra MAXXI – Creature, Creatori. San Francesco e l’arte contemporanea”

Dal 22 maggio al 20 settembre 2026 il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo accende i riflettori su una delle esposizioni più attese della stagione culturale italiana: “extra MAXXI – Creature, Creatori. San Francesco e l’arte contemporanea”, un grande progetto espositivo che rilegge l’arte italiana dal secondo Novecento a oggi attraverso la visione spirituale, etica e poetica di San Francesco.

Tra i protagonisti assoluti della mostra emerge con forza la figura di Antonio Del Donno, artista capace di trasformare il segno, la materia e il simbolo in una potente esperienza spirituale e visiva. La sua presenza all’interno del percorso curatoriale rappresenta uno dei momenti più intensi e identitari dell’intera esposizione.

La mostra supera la tradizionale rappresentazione iconografica del Santo di Assisi per concentrarsi sul suo sguardo sul mondo, sulla natura e sull’uomo, prendendo ispirazione dal Cantico delle Creature come chiave di lettura dell’arte contemporanea italiana.

In questo contesto, l’opera di Antonio Del Donno si impone come una delle espressioni più autentiche e radicali di una spiritualità contemporanea capace di unire memoria, sacralità e tensione civile. Il suo linguaggio artistico, riconoscibile e profondamente evocativo, dialoga perfettamente con i temi centrali della mostra: il rapporto tra uomo e natura, il valore del simbolo e la ricerca di una dimensione universale dell’esistenza.

L’inclusione di Del Donno nel progetto del MAXXI conferma il ruolo centrale dell’artista nel panorama dell’arte contemporanea italiana e internazionale, consacrandolo tra le voci più autorevoli di una ricerca artistica che continua a parlare al presente con straordinaria forza poetica.

Accanto a lui, il percorso espositivo presenta opere di importanti protagonisti dell’arte italiana, tra cui Alberto Burri, Mario Schifano, Giorgio Morandi, Piero Manzoni, Maria Lai e Paolo Canevari, in un dialogo che attraversa generazioni, linguaggi e sensibilità artistiche.

“extra MAXXI – Creature, Creatori” si annuncia come uno degli eventi culturali più significativi del 2026, una mostra destinata a catalizzare l’attenzione del pubblico, della critica e dei media internazionali.

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Cultura

Antonio Del Donno “Oltre il segno”

Sabato 9 maggio l’Associazione Culturale Trifoglio, con l’Alto Patrocinio della Regione Abruzzo per la parte culturale, del Consiglio Regionale e del Comune di Chieti, inaugura una grande mostra dedicata all’artista contemporaneo Antonio Del Donno dal titolo “Oltre il segno”, organizzata in collaborazione con il Polo Museale e Centro Studi Antonio Del Donno.

La mostra sarà preceduta alle ore 17.00 presso l’Auditorium Marrucino (1° piano Palazzo Bellavista, Corso Marrucino) da una presentazione critica a cura del Dott. Gianni Garrera e del Direttore del Polo Museale e dell’Archivio del Maestro “Antonio Del Donno” Dott. Alberto Molinari, alla presenza del Presidente della Regione Marco Marsilio, del Dott. Diego Ferrara, Sindaco del Comune di Chieti e di Giuseppina Nori Conti, Presidente dell’Associazione Culturale Trifoglio.

Antonio Del Donno (Benevento 1927 – 2020), figura di primo piano dell’arte contemporanea, tra i cento artisti più importanti al mondo, è noto per la sua ricerca rigorosa e spirituale sul segno, la materia e la forma. La sua arte si inserisce nel contesto dell’arte contemporanea nazionale ed internazionale, ispirandosi ad artisti come Rauschenberg da cui riprende l’uso combinato di diverse tecniche e materiali, Pollock e De Koonig per la forte gestualità della pennellata e dell’atto artistico.

Scrive Garrera: Del Donno impiega una voluta economia di mezzi: colori primari e giustapposti, niente contorni né aloni né toni intermedi, né ricerca di effetti naturalistici e illusionismi pittorici. Egli è contrario al decorativismo, come pure alla pittoricità soggettiva e gestuale strepitosa ed esasperata, perché è avverso all’eccesso di linee o di spruzzi accidentali e compiaciuti. Ritorna la misura di un quadro, attraverso la coazione di alcuni gesti o movimenti pittorici, ma anche in questo caso si può parlare di una pittura millenaristica, che opera nelle condizioni di un finimondo e moralmente si tiene a distanza da ogni narcisismo. Le istruzioni artistiche di questa pittura richiedono l’evocazione di colori snaturati, gli scambi di tinta o lo stingersi delle realtà, il ricorso a segni dati a vuoto nell’aria per sfigurare i paesaggi e i panorami.

In mostra ci saranno circa trenta opere di varie dimensioni e tecniche, ferri, legni, tele, tecniche miste su tela, con un arco temporale dal 1960 al 2020, che evidenziano il linguaggio artistico di Del Donno basato su strutture geometriche, campiture essenziali ed uso simbolico del colore. Questa mostra non intende solo documentare il percorso di un artista riconosciuto a livello nazionale ed internazionale, ma invita ad un incontro ravvicinato con un linguaggio che, pur nella sua essenzialità, si rivela ricco di stratificazioni ed aperture interpretative. In mostra dominerà la produzione del ciclo dei Vangeli, celebri “Vangeli”, tavole lignee aperte e montate come messali che recano impresse a fuoco frasi estrapolate dalle Sacre Scritture, divenute emblematiche della sua ricerca. opere essenziali e totalizzanti di un’esperienza vitale e mentale allo stesso tempo, dove il rigore formale si unisce ad una profonda dimensione spirituale.

A completamento del progetto espositivo saranno installate tre grandi sculture monumentali negli spazi emblematici della città, piazza San Giustino, piazza Gian Battista Vico, corso Marrucino, creando un percorso culturale diffuso tra l’opera dell’artista ed il tessuto storico sociale della città in dialogo con la mostra allestita negli spazi della Galleria Trifoglio Arte.

La mostra sarà arricchita da un catalogo edito appositamente per l’evento con un importante apparato critico e corredato da una esaustiva sezione iconografica e sarà visitabile fino a lunedì 15 giugno 2026. L’Associazione Culturale Trifoglio, con passione e dedizione, si impegna da oltre trent’anni, nella promozione di eventi culturali, che sono divenuti nel corso degli anni, degli appuntamenti di grande spessore non solo per la città di Chieti, ma per l’intera Regione Abruzzo.

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Cultura

Antonio Del Donno entra tra i protagonisti dell’arte contemporanea: le sue opere acquisite dal MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Gibellina accanto a Burri, Paladino e Consagra

Antonio Del Donno entra tra i protagonisti dell’arte contemporanea: le sue opere acquisite dal MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Gibellina accanto a Burri, Paladino e Consagra

Il MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Gibellina, della Fondazione Orestiadi, annuncia l’acquisizione di due opere di Antonio Del Donno, segnando un ingresso di straordinario rilievo all’interno di una collezione che annovera già protagonisti assoluti dell’arte contemporanea come Alberto Burri, Mimmo Paladino e Pietro Consagra.

Le opere entrate a far parte del patrimonio museale sono un Vangelo del 1974, testimonianza intensa della ricerca segnica e spirituale dell’artista, e una scultura “Sfera”, esemplare unico che condensa in forma plastica la tensione simbolica e materica che caratterizza tutta la sua produzione.

Con questa acquisizione, Antonio Del Donno si colloca a pieno titolo tra i grandi maestri presenti nella collezione del MAC, rafforzando il dialogo tra linguaggi, visioni e geografie culturali che caratterizza l’identità del museo. Il suo lavoro, profondamente radicato nella memoria e nella spiritualità, si inserisce con forza nel percorso di un’istituzione che ha fatto della stratificazione dei segni e delle identità mediterranee il proprio fulcro.

L’ingresso delle opere di Del Donno rappresenta non solo un arricchimento della collezione, ma anche un riconoscimento significativo del valore storico e artistico della sua ricerca, capace di attraversare materia, simbolo e narrazione con una voce unica e riconoscibile.

Ancora una volta, Gibellina si conferma luogo simbolico dell’arte contemporanea, crocevia di maestri e visioni, dove le opere dialogano oltre il tempo e lo spazio, costruendo una memoria viva e condivisa.

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Cultura

I JALISSE PREMIATI ALLA X EDIZIONE DE LA SETTIMA NOTA

I Jalisse

premiati alla X° edizione de “La Settima Nota”

Milano – Sono Alessandra Drusian e Fabio Ricci, in arte Jalisse, i vincitori della X° edizione del Premio “La Settima Nota, riconoscimento promosso dal Centro Studi La Settima Nota e consegnato al Teatro Manzoni di Milano nel corso di una cerimonia informale ma significativa.

Il premio è stato attribuito per “l’impegno artistico e sociale che sa trasformare la fragilità in valore”, una motivazione che evidenzia il percorso umano e professionale del duo, capace nel tempo di coniugare musica, sensibilità e impegno. I Jalisse, tornati recentemente sulla scena musicale con il singolo Taratatà, continuano a proporre una cifra artistica coerente e riconoscibile, legata a una visione autentica della musica come strumento di espressione e condivisione.

“ Siamo grati e riconoscenti a questo Premio che, con la sua motivazione, ha saputo cogliere e sottolineare la nostra essenza. Siamo semplicemente noi, nella vita privata e nella musica – dichiara Alessandra. Senza trucchi e senza inganni – conclude Fabio – portiamo avanti i nostri progetti artistici con impegno, da veri artigiani della musica e con tanta passione”.  

La scultura simbolo del riconoscimento è stata consegnata da Luca Bonaffini, direttore editoriale della testata giornalistica Qui Milano e responsabile del Centro Studi La Settima Nota. L’opera, realizzata dal maestro vetraio e designer Raffaele Darra, rappresenta simbolicamente la “settima nota”, espressione di armonia e compimento tra tecnica ed emozione.

Il Premio “La Settima Nota”, giunto alla sua decima edizione, si è progressivamente affermato come un appuntamento di rilievo nel panorama culturale, con l’obiettivo di valorizzare artisti e personalità che si distinguono non solo per il talento, ma anche per il loro contributo sociale e umano. I precedenti premiati e le motivazioni sono consultabili sul sito ufficiale del Centro Studi, a testimonianza di un percorso attento alla qualità e alla responsabilità culturale.

L’iniziativa è patrocinata dalla testata giornalistica Qui Milano e dalla Casa editrice Libri X Business, realtà attive nella promozione e diffusione di contenuti culturali.

Con questa assegnazione, il Centro Studi La Settima Nota conferma il proprio impegno nel sostenere una visione dell’arte come strumento di crescita, consapevolezza e dialogo, premiando percorsi capaci di trasmettere valori autentici e universali.

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Cultura

SCAFATI – IO SONO IO — ALFONSO SACCO INAUGURA ALLA GALLERIA ARTE BARBATO

Scafati — Grande partecipazione e vivo entusiasmo hanno accompagnato l’inaugurazione della mostra IO SONO IO – ALFONSO SACCO 2015/2025, ospitata presso la Galleria Arte Barbato. Il vernissage ha registrato una presenza ampia e partecipe di artisti, critici, operatori culturali e appassionati d’arte contemporanea, confermando il crescente interesse verso il percorso creativo del maestro Alfonso Sacco.

La mostra, inaugurata sabato 28 marzo, raccoglie e sintetizza un decennio di ricerca artistica, restituendo al visitatore un percorso coerente e profondamente personale; un periodo che segna la piena maturità artistica del maestro che si distingue per un linguaggio espressivo originale, intenso e immediatamente riconoscibile.

Nel corso della serata inaugurale, le opere del maestro Sacco sono state raccontate e interpretate attraverso gli interventi dei galleristi Franco Barbato e Marisa Nastro che hanno fortemente voluto lamostra come evento artistico inaugurale dei nuovi spazi espositivi.

L’incontro è stato moderato dal giornalista Peppe Iannicelli. Letture critiche e approfondimenti sono stati offerti dalle giornaliste Stefania Falco e Maria Pia Nocerino.

Numerosa anche la presenza di artisti, tra cui Angelo Casciello, Franco Iuliano, Paolo Grimaldi, Elfrida Gubbini, Antonio Carotenuto e Saverio Galdo, a testimonianza di un clima di partecipazione e dialogo che ha caratterizzato l’intera serata.

A rendere ancora più accogliente la serata, un ricchissimo buffet curato dalla Erboristeria Paluna che ha contribuito a trasformare il vernissage in un autentico momento di condivisione culturale e sociale.

Un incontro che conferma ancora una volta la centralità della Galleria Arte Barbato come spazio vivo di produzione culturale e luogo di dialogo tra artisti, critica e comunità.

Info:

La mostra IO SONO IO – ALFONSO SACCO 2015/2025 è visitabile negli spazi della Galleria Arte Barbato alla Via Nazionale 4218418  Scafati (SA).

Le opere resteranno in esposizione fino al 28 maggio 2026.


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