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Le prime foto di Angelina Jolie nella ‘Callas’ di Pablo Larrin

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AGI – Pablo Larraìn (Jackie, Spencer, NO – I giorni dell’arcobaleno, El Conde) ha svelato le prime due foto di Angelina Jolie nel ruolo di Maria Callas, nel suo nuovo film sulla vita della leggendaria e discussa cantante lirica, considerata un’icona del suo tempo. Basato su una storia vera, il film ‘Maria’ vuole raccontare la vita meravigliosa, ma anche tragica e tumultuosa, della più grande cantante lirica del mondo, rivissuta e reimmaginata durante i suoi ultimi giorni nella Parigi degli anni Settanta.

Le riprese dureranno 8 settimane, e si svolgeranno tra Parigi, la Grecia, Budapest e Milano. La sceneggiatura, completata prima dello sciopero degli sceneggiatori indetto dalla WGA, è stata scritta da Steven Knight (Spencer, Peaky Blinders, Eastern Promises). Prodotto da The Apartment, una società del gruppo Fremantle, Fabula e Komplizen Film. ‘Maria’ è prodotto da Juan de Dios Larraìn per Fabula, da Jonas Dornbach per Komplizen Film e da Lorenzo Mieli per The Apartment, una società del gruppo Fremantle.

In ambito internazionale, le vendite del film saranno gestite da FilmNation Entertainment. Il cast vanta la presenza anche di Pierfrancesco Favino (Adagio, il Colibri’), Alba Rohrwacher (La Chimera, Hungry Hearts), Haluk Bilginer (Il regno di inverno – Winter Sleep), Kodi Smith-McPhee (Il potere del cane, Elvis) e Valeria Golino (Ritratto della giovane in fiamme, Caos Calmo).

Pablo Larraìn ha dichiarato: “Sono estremamente emozionato di iniziare la produzione di Maria, che, spero, farà conoscere la vita e il lavoro straordinari di Maria Callas al pubblico di tutto il mondo, grazie all’eccezionale sceneggiatura di Steve Knight, al lavoro del cast e della troupe e, soprattutto, alla brillante interpretazione e straordinaria preparazione di Angelina”.

Nel film, i costumi della Jolie si basano sugli abiti originali indossati dalla Callas. La produzione ha consultato le associazioni per la difesa dei diritti degli animali, tra cui Peta, circa l’uso dei capi di pelliccia dell’epoca indossati nel film e provenienti dall’archivio storico del costumista Massimo Cantini Parrini. È stato consapevolmente deciso di non utilizzare o di non procurarsi nuove pellicce. ‘Maria’ è una produzione indipendente che rientra in un accordo siglato con Sag-Aftra. 

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A Mentone torna la Biennale d’Arte Sacra, tema dell’edizione 2023 è la redenzione

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AGI – A Mentone, città sulla riviera francese nel sud-est della Francia, torna per la sua terza edizione la BACS (Biennale d’Arte Sacra Contemporanea). In programma per tutto il mese di ottobre, fondata e diretta da Liana Marabini, regista, scrittrice e mecenate, la Biennale riunisce artisti da tutto il mondo attorno al tema della spiritualità e della ricerca dell’interiorità. Ogni edizione ha un tema centrale e quest’anno il tema è la redenzione e uno degli sponsor della BACS, Alter Italia, premierà con un assegno l’artista la cui opera rappresenta maggiormente il tema centrale.

Quasi 600 appassionati d’arte hanno visitato durante la giornata dell’inaugurazione le sale espositive, situate su due livelli del Palace des Ambassadeurs, che non è solo un luogo turistico e accogliente (Grand Hôtel), ma un’enorme galleria d’arte che si estende su 3000 metri quadrati. Quest’anno hanno esposto le loro opere 165 artisti provenienti da 37 Paesi. 

Negli anni pari (quelli in cui la Biennale non si svolge), Liana Marabini e il marito Mauro, coppia di mecenati italiani, stabiliti a Monaco da 35 anni e innamorati di Mentone, città dalla grande vocazione alla cultura, hanno promosso il programma ‘Artist in Residence’, che dà la possibilità a due o tre artisti scelti tra le numerose candidature di trascorrere due settimane in la Costa Azzurra a loro spese lontani dalle preoccupazioni quotidiane. Sfruttando questo tempo non solo per creare ma anche per visitare la regione, una terra che ha ispirato molti artisti nel corso dei secoli. 

“L’arte deve essere fonte di emozione e per questo dobbiamo incoraggiare gli artisti che creano, che danno vita e forma, attraverso le loro opere, alla bellezza e alla spiritualità”, così Liana Marabini spiega le motivazioni della BACS. “Il tema centrale che scegliamo per ogni edizione è un’esortazione alla riflessione e all’introspezione – prosegue – l’edizione 2025 avrà come tema il perdono, verso gli altri e verso se stessi. Questa è la ragione principale dell’esistenza della nostra Biennale. La BACS nasce con il preciso intento di mostrare il lavoro di artisti che traducono nelle loro opere un mondo interiore, che esaltano la bellezza, che incoraggiano la riflessione”.

“Abbiamo scelto, tra le centinaia di opere presentateci per la selezione, una serie di dipinti, sculture e fotografie che sono il risultato del coinvolgimento fisico e intellettuale dell’artista – continua Marabini – il nostro lavoro è quello di mecenati puri, cioè diamo in una direzione, che ci rende liberi dalle nostre scelte e dalle nostre azioni. La nostra selezione di opere e artisti si basa sul carattere sacro dell’arte, in cui continuiamo a credere. Quest’anno abbiamo scelto come tema la redenzione, che significa salvezza, redenzione ed emancipazione. Anche la redenzione ha un angelo, l’arcangelo Gabriele, che è il rivelatore dei disegni divini, colui che annuncia a Maria la venuta di Gesù, è l’angelo dell’Annunciazione. È interessante ricordare – conclude – che nell’aprile del 1951 la Chiesa cattolica emanò un breve apostolico dichiarandolo patrono delle telecomunicazioni”. 

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Matteo Garrone, un po’ Capitano un po’ Robin Hood

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AGI – Non Calvino, non Omero, non altri: è stato forse Robin Hood e il suo combattere l’ingiustizia a determinare la poetica di Matteo Garrone, Leone d’Argento a Venezia per “Io capitano” e ora in corsa per gli Oscar 2024, in rappresentanza del cinema italiano.

Il regista romano è stato a Genova per incontrare il pubblico nelle sale “Corallo” e “America” di Circuito Cinema, dove le tre proiezioni del suo film hanno registrato in pochissime ore il tutto esaurito. Studenti liceali, trentenni, over “anta” hanno affollato le sale, assistendo a un’opera che mescola realtà e favola per raccontare l’epopea, spesso tragica, dell’emigrazione. AGI ha incontrato Garrone tra una proiezione e l’altra e, insieme a lui, ha ripercorso la genesi della pellicola.

Garrone, si ricorda il momento esatto in cui ha deciso di realizzare “Io capitano”?

Ricordo di essere andato tanti anni fa a trovare un amico in un centro d’accoglienza a Catania. Era un centro per minori e lì mi hanno raccontato la storia di Fofana, quell'”Io capitano” che ha dato il titolo al film e che è diventato tutta la parte finale del film: un ragazzo che all’età di 15 anni ha portato in salvo 250 persone, guidando una barca. Quella storia mi rimase impressa: mi fece pensare ai romanzi di mare di Stevenson, di Jack London. Poi ho realizzato “Pinocchio” e il tempo è trascorso, ma è stato come se quel film mi fosse venuto a prendere a un certo punto, come se mi avesse scelto: non ricordo il momento esatto, ma ricordo che mi sono trovato a lavorare a questa storia. Ho raccolto altre testimonianze, racconti e li ho messi insieme, fino alla nascita di “Io capitano”.

Con il film ha cambiato prospettiva sui migranti, dei quali siamo abituati a seguire lo sbarco, non la partenza. Perché?

Uno dei motivi che mi ha spinto a fare il film è stata proprio la volontà di cambiare la prospettiva, di raccontare in controcampo tutta quella parte di viaggio che di solito non si conosce e far vedere che dietro ci sono famiglie, desideri, sogni, persone che hanno gli stessi interessi che abbiamo noi. Ce lo dimentichiamo. Il film fa vedere il viaggio da quel punto di vista, dà voce a loro: io ho fatto solo da tramite. Sono avvantaggiato nel raccontare, perché usando le immagini posso essere più efficace in certi casi. È un potere grande quello del cinema, ma ovviamente dipende da come lo si usa. Il mezzo di suo è potente.

La critica ha fatto molti parallelismi tra lei e Italo Calvino. Che ne pensa?

Calvino non l’ho mai letto, perché ho iniziato a leggere tardissimo, quasi a 19 anni. Ma invece ricordo il primo film che ho visto da piccolo: Robin Hood. Il tema della giustizia quindi per me è qualcosa di ricorrente. Ritorna anche oggi, con “Io capitano” che, di fatto, parla di un’ingiustizia profonda, di chi in qualche modo è giovane, vuole muoversi, ma gli è preclusa la libertà di farlo. Questo tema forse mi è rimasto dentro da allora: a essere onesti è una riflessione che faccio adesso, con questa domanda. Non ci avevo mai pensato prima.

Rappresenterà l’Italia agli Oscar, ponendo i riflettori su un tema che vede il nostro Paese al centro del dibattito. Che ne pensa?

È un tema universale quello trattato dal film. Noi poi, come Paese, siamo sempre stati migranti. Questo è un film che ho iniziato a fare tre anni fa, senza pensare che fosse pro o contro un governo. Ma è un film che aiuta ad avere una prospettiva diversa, che può far riflettere. Non penso che la politica non sappia queste cose. Non credo che la forza di questo film sia nelle informazioni che dà: che si muore nel deserto, che ci siano i campi di detenzione in Libia, che si muore in mare lo sappiamo purtroppo tutti. Ma è un film che ha delle qualità che sono più legate al racconto, alla capacità degli attori di riuscire a toccare delle corde profonde dello spettatore: penso siano queste le cose che rimangono. Lo spettatore dopo pochi minuti entra in empatia con Seydou e con la sua purezza, con la sua verità e la sua umanità. Fa il viaggio insieme a lui, lo vive emotivamente con lui, lo segue nel viaggio dell’eroe. È una struttura classica, all’interno del dramma di quest’epoca.

Sta già lavorando a un altro progetto?

Mi piacerebbe avere un nuovo progetto, ma in questo periodo sto accompagnando il film ovunque e non ho avuto modo di fermarmi a riflettere su cose nuove. Incontro il pubblico che è trasversale, di ogni età, che mi ripaga delle fatiche, che si commuove. Un pubblico anche di varie nazionalità: incontro spesso ragazzi e ragazze africani, che magari hanno anche fatto realmente il viaggio. Ogni volta c’è un dibattito nuovo, degli scambi molto emozionanti.

Da quando ha iniziato a pensare il film, tre anni fa, tante cose sono cambiate: oggi si discute di realizzare CPR in Italia, o di introdurre la “cauzione” di 5 mila euro per non essere lì reclusi. Che ne pensa?

Non entro nei dibattiti politici, ma credo personalmente che il modo migliore per combattere i trafficanti di esseri umani e questa profonda ingiustizia, sia quella di mettere ordine nei visti e regolarizzare i flussi di entrata, in modo che queste persone possano venire e tornare liberamente, senza dover metter in gioco la loro vita, come fanno i ragazzi di tutto il mondo. Molti arrivano, ma hanno anche il desiderio di tornare a casa.

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Fosse, il Nobel annunciato all’innovatore dei fiordi

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AGI – Un premio Nobel per la Letteratura annunciato quello assegnato a Jon Fosse, lo scrittore norvegese che da una ventina d’anni finiva tra i candidati al massimo riconoscimento dell’Accademia di Svezia ed e universalmente considerato tra i più importanti scrittori contemporanei. Lui stesso si è detto “sorpreso ma non troppo” all’annuncio dal premio “per le sue opere teatrali e la prosa innovativa che danno voce all’indicibile”, come è scritto nella motivazione.

Fosse, 64 anni, si è affermato come un autore eclettico, sia di romanzi che di testi teatrali, raccolte di poesie, saggi e libri per bambini e adolescenti, sempre con la capacità di scavare nelle contraddizioni dell’uomo. Le sue opere sono state tradotte in oltre 50 lingue, anche grazie a una prosa e a uno stile asciutti ma inconfondibili.

Nato nel 1959 a Haugesund, sulla costa occidentale della Norvegia, il suo lavoro “tocca i sentimenti più profondi che si provano, le ansie, le insicurezze, le domande sulla vita e sulla morte”, come ha affermato Anders Olsson, poeta e presidente del Comitato Nobel incaricato di scegliere la shortlist dei finalisti. “Per me scrivere è come pregare”, ha spiegato Fosse in diverse interviste.

L’ultimo norvegese a ricevere questo premio era stato Sigrid Undset nel 1928, l’ultimo autore scandinavo a ottenerlo era stato invece nel 2011 il poeta svedese Tomas Transtromer. “Sono sopraffatto dall’emozione e anche un po’ spaventato, ma al tempo stesso sono felicissimo e grato“, ha affermato Fosse, “commosso”, attraverso la sua casa editrice norvegese Samlaget.

“Sono abituato alla suspense ed ero anche abituato a non ottenere il premio”, ha dichiarato a una tv, “mi ero però preparato mentalmente alla felice evenienza nell’ultimo decennio. Non si arriva più in alto del Premio Nobel. Dopo di questo, è tutto in discesa”. Fosse vive nella residenza onoraria di Grotten, a Oslo, concessagli dal Re per i suoi meriti letterari.

Ha esordito nel 1983 e da allora ha alternato diversi generi. I suoi testi teatrali sono stati messi in scena in tutto il mondo, a partire dalla produzione parigina del 1999 di Claude Règy della sua opera teatrale del 1996 “Nokon kjem til a komme” (“Qualcuno sta per arrivare”). Presso La nave di Teseo ha pubblicato Mattino e sera (2019) e L’altro nome. Settologia I-II (2021). Settologia – libro dell’anno per “The New Yorker” e scelto come editor’s choice da “The New York Times” – e stato finalista nel 2022 all’International Booker Prize, al National Book Award e al National Book Critics Circle Award.

Il 10 ottobre uscirà in Italia ‘Io è un altro’, che raccoglie il terzo e quarto volume di Settologia, il romanzo-mondo strutturato in sette parti, sempre con ‘La nave di Teseo’, che vede protagonisti due pittori con lo stesso nome, Asle: uno è un uomo di successo, ma ha perso sua moglie. L’altro alza il gomito troppo spesso. Viene da pensare che siano la stessa persona, eppure a volte si incontrano e si parlano. 

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A Firenze la prima mostra del collettivo artistico Numero Cromatico

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AGI – Da sabato 7 ottobre, in occasione della Giornata del Contemporaneo, e fino a febbraio 2024, gli spazi del Gallery Hotel Art, Lungarno Collection, di Firenze ospitano il collettivo artistico Numero Cromatico con la mostra A burning fire a cura di Valentina Ciarallo.

La Lungarno Collection torna a parlare e nutrirsi d’arte con un esclusivo progetto che arricchisce la rosa di collaborazioni che sin dal 2012 il Gallery Hotel Art di Vicolo dell’Oro 5 porta avanti, continuando a far da tramite nel dialogo creativo tra arte contemporanea, i fiorentini e i suoi ospiti.

“Il mio amore per te non sarà mai semplice luce, ma un fuoco che arde. Mi mancherai e io ti cercherò ovunque. Aprirò le finestre su spazi senza fine” è uno dei versi di I.L.Y., acronimo di I Love You, intelligenza artificiale creata e istruita per la scrittura di poesie d’amore dal collettivo artistico Numero Cromatico.

Le frasi generate da input linguistici e materializzate su texture di tessuto colorato aprono una riflessione sull’interazione tra intelligenza umana e artificiale e la conseguente sfida progressiva della tecnologia.

Il gruppo, nato nel 2011 e composto da artisti, linguisti, neuroscienziati e designer, si basa sull’interdisciplinarietà e su una metodologia procedurale che coinvolge le neuroscienze e le intelligenze artificiali, mediante una precisa e originale ricerca che porta a una nuova percezione e teoria estetica.

La mostra A burning fire nasce quindi dal desiderio di stimolare lo spettatore a una partecipazione diretta e attiva nella costruzione dell’esperienza artistica offrendo una nuova modalità di percepire l’arte e aprendo una riflessione riguardo a tematiche culturali e sociali condivise dall’umanità.

La scrittura di Numero Cromatico entra nella sfera delle emozioni come la scrittura tradizionale e la fruizione dell’opera si completa come esperienza multisensoriale. L’algoritmo creativo I.L.Y. genera poesie inedite legate all’amore in tutte le sue forme e ai rapporti interpersonali attingendo dai grandi autori del passato.

“Your eyes look and I listen to them”, “Flowers tremble, my kisses, your words”, “I will miss you and I look for you everywhere”: sono frasi poetiche che vivono in uno spazio sospeso, atemporale e che invitano a riflettere sull’esistenza del tempo stesso. L’opera supera il confine della pura lettura e instaura con lo spettatore un rapporto di natura fisica e tattile grazie ai morbidi tessuti utilizzati.

L’abilità artigianale della lavorazione su stoffa, eredità di un passato, con l’utilizzo di colori primari su pattern geometrici o camouflage è unita a processi tecnologici. Visioni creative tradotte in realtà portano a percepire l’opera di Numero Cromatico in maniera singolare e personale in ognuno di noi entrando nella dimensione in cui il pubblico diviene soggetto e oggetto dell’opera stessa.

Il Collettivo segue per molti aspetti la ricerca legata alle Avanguardie del Novecento, fra tutti il Futurismo, come movimento aperto all’utilizzo delle espressioni che attraversano i territori artistici e culturali proponendo una teoria dell’arte liberata dalla pura estetica e basata su studi scientifici. Metafora di un prodotto artistico spontaneo e reale, frutto di una macchina, a sua volta frutto dell’ingegno umano.

Altra influenza significativa per il gruppo è l‘Eventualismo, teoria estetica degli anni Settanta a cui fa capo l’artista Sergio Lombardo, antesignano di valori artistici connessi al dato scientifico e promotore di un’esperienza pragmatica tra artista e pubblico, tra spettatore e opera, il cui compimento si realizza nella risposta del pubblico stesso.

La mostra è poi arricchita il progetto “Somnium” nato dalla collaborazione con Untitled Association. Un dispositivo creato per stimolare l’attività onirica come manifestazione vitale ma anche come rivelazione atavica. Il kit “Somnium” è fornito di relative istruzioni d’uso ed è a disposizione degli ospiti dell’hotel come mezzo per favorire il ricordo dei sogni al risveglio. L’occasione espositiva diviene così per “Somnium” il campo dove studiare e registrare le reazioni percettive. La raccolta dei sogni viene condivisa su display come un sogno collettivo.

Inoltre una serie di lavori inediti su carta a base di impasto di kiwi arricchiscono la selezione dei suggestivi arazzi scelti per A burning fire. L’uso di carta ecologica è ricorrente nella produzione editoriale del collettivo, con l’utilizzo della stampa a freddo Risograph, chiamata anche “ideale” per l’uso di inchiostri e materiali sostenibili.

“My love for you will never be a mere light, but a burning fire” è l’intervento site-specific realizzato all’esterno del Gallery Hotel Art che invita il pubblico al percorso esperienziale di Numero Cromatico che, anche in questa occasione, si conferma essere come un “dispositivo” aperto al confronto e in continua evoluzione e ricerca.

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Nobel per la Letteratura a Jon Fosse

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Lo scrittore e drammaturgo norvegese Jon Fosse, 64 anni, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura 2023

BREAKING NEWS
The 2023 #NobelPrize in Literature is awarded to the Norwegian author Jon Fosse “for his innovative plays and prose which give voice to the unsayable.” pic.twitter.com/dhJgGUawMl

— The Nobel Prize (@NobelPrize)
October 5, 2023

Esordì nella scrittura nel 1983 ed è reputato tra gli autori più significativi del teatro contemporaneo. Ha sperimentato diversi generi, dal racconto alla poesia, dalla saggistica ai libri per l’infanzia. Diverse sue opere sono state tradotte in italiano da La nave di Teseo.

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La deportazione dei Carabinieri di Roma nei campi nazisti

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AGI – La razzia e la deportazione dei Carabinieri erano necessarie per poter procedere al rastrellamento e all’invio nei campi di sterminio degli ebrei romani. E infatti, con la radicata presenza dei militari dell’Arma nella capitale, l’operazione originariamente prevista per il 26 settembre 1943 era stata rinviata a ottobre dall’Obersturmbannführer Herbert Kappler, comandante del Sicherheitsdienst, della polizia tedesca e della Gestapo a Roma, l’SS che aveva avuto un ruolo di primo piano nell’intelligence che aveva portato alla liberazione di Mussolini il 12 settembre dall’albergo-prigione di Campo Imperatore.

Kappler aveva altresì realizzato il sequestro e l’invio in Germania della riserva aurea della Banca d’Italia e aveva ideato e portato a compimento l’ignobile ricatto alla comunità ebraica per farsi consegnare 50 chili d’oro entro 36 ore e non procedere così alla deportazione, che invece avverrà il 16 ottobre. Era, questo, il suo piano B, fatto scattare proprio il 26 settembre, con un inganno criminale, non potendo mettere subito le mani sui circa 12.000 ebrei romani del ghetto di Portico d’Ottavia fino a quando i Carabinieri non fossero stati tolti di mezzo.

Le forze tedesche erano infatti numericamente scarse, i fiancheggiatori fascisti anche, mentre i militari dell’Arma erano apertamente dalla parte della popolazione, oltre che ligi al giuramento di fedeltà al Re: si erano infatti rifiutati di partecipare a retate e rappresaglie, e sugli ebrei avevano un atteggiamento che non era quello delle autorità naziste. Temendo, a ragione, che si sarebbero opposti al rastrellamento, Kappler aveva guadagnato tempo per consentire che le autorità della Repubblica Sociale Italiana appena fondata da Mussolini a Salò effettuassero le loro mosse d’intesa col Reich.

La vendetta sui “traditori”

Il 6 ottobre un foglio d’ordine con protocollo riservato 296 del Maresciallo d’Italia e ministro per la difesa nazionale della RSI Rodolfo Graziani, nel sottolineare con fastidio l’«inefficienza numerica, morale e combattiva» dei Carabinieri, si rivolgeva al generale Casimiro Delfini, facente funzioni di comandante generale, e al generale Umberto Presti comandante della Polizia dell’Africa italiana (PAI), disponendone il disarmo, la consegna in caserma e il divieto di allontanamento dai reparti dei Carabinieri di Roma.

Gli ufficiali che non avessero adempiuto erano passibili di fucilazione e i loro familiari sottoponibili all’arresto, secondo il barbaro Sippenhaft adottato dal Terzo Reich, la responsabilità oggettiva familiare che è ripudiata da qualsiasi ordinamento penale che riconosce la sola responsabilità personale. Il controllo delle caserme di Roma passava quindi ai militi della PAI alla quale veniva assegnato anche il servizio d’ordine nella Città aperta, ed era evidente che fosse per conto dei tedeschi, in attesa che potessero farlo loro. Alla raccolta delle armi, l’indomani, 7 ottobre, provvedono i paracadutisti tedeschi che hanno l’ordine di sparare a vista contro chiunque tenti la fuga.

I Carabinieri vengono quindi portati alla stazione ferroviaria e fatti salire sui treni sostenendo che dovranno prendere servizio nelle caserme del nord Italia, quando invece è già stabilito che oltrepasseranno il Brennero e avranno come destinazione finale i lager nazisti, dove andranno a ingrossare le fila già mostruose degli Internati militari italiani, i soldati disarmati e rinchiusi dopo l’armistizio dell’8 settembre: gli IMI sono un’invenzione lessicale di Hitler, che così può vendicarsi dei “traditori” e non applicare le convenzioni internazionali a tutela dei prigionieri che possono altresì essere utilizzati come mano d’opera forzata nelle fabbriche del Reich.

La resistenza dell’Arma

Non conosciamo il numero esatto dei Carabinieri deportati, una cifra che oscilla tra i 1.500 e i 2.500, poiché la documentazione di fonte tedesca è andata perduta, ma è evidente che qualche notizia su quello che sarebbe accaduto fosse filtrata alla vigilia per consentire di sfuggire alle maglie tedesche. Non a caso buona parte dei Carabinieri la loro scelta di campo, etica prima ancora che militare, l’avevano già fatta.

Il 25 settembre a Bosco Martese, nel Teramano, la prima battaglia campale della Resistenza antitedesca era stata guidata dal capitano Ettore Bianco. Il giovane ufficiale di complemento Carlo Alberto Dalla Chiesa, in servizio nelle Marche, condannato a morte dai tedeschi per la sua attività entrò subito in clandestinità mettendosi alla testa di «bande di patrioti» e responsabile «di intere popolazioni civili»; e, con loro, poco meno di 200 ufficiali che si distinsero nella Guerra di liberazione.

Lo scollamento tra l’Arma e il rinato regime fascista repubblicano è comprovato dalla decisione di neutralizzare i Carabinieri nell’Italia del nord sciogliendoli l’8 dicembre 1943 nella Guarda nazionale repubblicana, esercito di partito sul modello delle SS. Nei lager nazisti, come ricorda l’oggi centenario Abramo Rossi che il 7 ottobre 1943 venne deportato da Roma assieme ai commilitoni, «quando ci chiesero se volevamo essere liberati in cambio del giuramento a Mussolini noi Carabinieri rispondemmo tutti di no».

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Sono state ritrovate sette storie inedite di Cortazar

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AGI – Sette storie inedite dello scrittore argentino Julio Cortazar rinvenute in una biblioteca privata dopo la morte del suo proprietario saranno vendute all’asta in Uruguay, il 12 ottobre. I testi sono stati scoperti nel dattiloscritto originale della raccolta intitolata “Storie di cronopios e di famas”, che comprende decine di brevi racconti scritti a Parigi, con relative annotazioni dello stesso autore. L’asta di Montevideo è organizzata dalle case Zorrilla Subastas (Uruguay) e Hilario (Argentina), che hanno fissato la base a 12 mila dollari mentre il valore del manoscritto è stato stimato tra 15.600 e 21 mila dollari.

I curatori assicurano che si tratta di un materiale “eccezionale”, per giunta “in ottimo stato”, raccolto in un cofanetto appositamente concepito per la sua conservazione. Il dattiloscritto, prodotto a Parigi nel 1952, è costituito da 46 brevi racconti su sessanta pagine dattiloscritte su un lato. Di questi 35 furono pubblicati “quasi senza modifiche” nella prima edizione di “Historia de cronopios y de famas” della casa editrice Minotauro di Buenos Aires nel 1962 e altri quattro successivamente, secondo il catalogo, quindi altri sette sono rimasti inediti. “Questo dattiloscritto è stato ritrovato a Montevideo, nella biblioteca di un individuo deceduto. È stato messo in una scatola senza essere catalogato. Il modo in cui è finito lì rimane sconosciuto”, ha riferito Guillermo Gonzalez di Zorrilla Subastas.

I preparativi per l’asta sono durati circa un anno, con la consulenza di due esperti di Cortazar: lo scrittore uruguaiano Aldo Mazzucchelli, dottore in lettere all’Università di Stanford, e il libraio argentino Lucio Aquilanti, autore di una “bio-bibliografia” su Cortazar, uscita nel 2014. “Possiamo dire senza dubbio che si tratta di un originale dell’autore, dattiloscritto, di straordinaria trascendenza”, ha commentato Lucio Aquilanti. Per l’occasione Cortazar ha utilizzato la stessa macchina da scrivere, una Royal, con la quale ha prodotto successivamente altri testi.

Il manoscritto costituisce il lotto 187 della vendita di 199 opere d’arte, libri, incisioni, mappe antiche, fotografie e oggetti storici. La vendita sarà trasmessa in diretta dalla sede di Zorrilla Subastas nel centro di Montevideo, con possibilità di fare offerte online tramite le piattaforme Invaluable (Stati Uniti) e Drouot (Francia).

Considerato uno dei più grandi scrittori latinoamericani, Julio Cortazar è nato a Ixelles (Belgio) il 26 agosto 1914. Giunse in Argentina quando la sua famiglia vi fece ritorno nel 1918, per poi ripartire nel 1951 in direzione della Francia, in segno di protesta contro la dittatura del generale Peron. Morì a Parigi il 12 febbraio 1984. La sua opera, che mescola spesso il genere fantasy o realismo magico tipici della letteratura sudamericana, e stata tradotta in una trentina di lingue. Il suo libro più noto, “Il gioco del mondo” (“Rayuela”), uscito nel 1963, è un romanzo labirintico di 600 pagine che intreccia storie tra Parigi e Buenos Aires, che il lettore può leggere in ordine o saltando da un capitolo all’altro – in tutto sono 155 – senza seguire lo schema classico della numerazione. 

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