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Spettacolo

Toni Capuozzo: «Ecco i “Giganti” che hanno cambiato la Storia»

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Toni Capuozzo: «Ecco i “Giganti” che hanno cambiato la Storia»

Il ritorno a un programma settimanale con Toni Capuozzo è una buona notizia. Era dalla fine di “Terra!” (2017) che non succedeva, sebbene Toni, come certe bottiglie di vino del suo Friuli che si tirano fuori nelle grandi occasioni, ci abbia accompagnato in questi anni con vari appuntamenti speciali. Dal 30 agosto, per quattro settimane, lo vedremo su Rete 4 al timone di “Giganti – I protagonisti della storia”: quattro prime serate dedicate a quattro figure che hanno cambiato il corso della storia.

Perché un inviato che ha sempre raccontato l’attualità stavolta ha scelto di dedicarsi a personaggi del passato?
«Forse perché io nel mio lavoro ho sempre raccontato le storie dei piccoli, degli anonimi, le sofferenze della gente qualunque in tutti i conflitti. Raramente ho avuto a che fare con i grandi, i potenti. La parola “gigante” del titolo poi ha un’accezione positiva. Per cui non puoi raccontare Hitler, perché non era un gigante, ma è stato un grande male della storia. O puoi trattare Mao come un gigante? Di sicuro è uno che ha avuto un peso enorme nella storia, però ha sulle spalle decine di migliaia di morti, quindi è sì un “gigante”, ma di quelli con lo sguardo minaccioso».

Scegliere deve essere stato arduo. I giganti sono tanti.
«La speranza è che ne seguano altri, quindi gli esclusi sono dei “panchinari” che entreranno in un secondo tempo. Penso per esempio a Madre Teresa di Calcutta o a Gandhi, vedremo».

Hai raccontato i conflitti in ex-Jugoslavia, Somalia, Medio Oriente e Afghanistan. Sei considerato un reporter di guerra, ma so che la definizione non ti piace.
«Diciamo che non mi piace quando diventa un’etichetta, con tutta la sua retorica legata al rischio e a tutti gli altri cliché. Ho sempre cercato di evitare di seguire un conflitto dopo l’altro, mi sono sforzato di raccontare anche storie normali. Sia per equilibrio personale sia per spiegare bene un conflitto, è importante restare una persona come tutti, avere consapevolezza della normalità della vita e di chi poi ti ascolta in salotto o in cucina. Non ci si può “abituare” alla guerra».

Immagino che quando un reporter racconta una guerra speri sempre che sia l’ultima. Invece oggi c’è una recrudescenza dei conflitti.
«Quando oggi sento parlare di guerra, e con grande facilità, in un’Europa che corre verso il riarmo, credo che ne parlino osservatori, analisti, anche giornalisti, che non hanno mai visto una guerra. Soprattutto che non hanno mai visto il dopo. Io sono nato nel 1948, in un Dopoguerra italiano che è stato una specie di risurrezione, di ritorno della felicità, della voglia di fare, dei posti di lavoro, della gioia di vivere. Le guerre di oggi hanno le caratteristiche della guerra civile: lasciano dei vuoti non più colmabili. Russi e ucraini per decenni, per generazioni, nutriranno un odio reciproco. Per decenni avranno persone ossessionate dall’aver visto morire e dall’aver ucciso. Per affetto sono tornato in tanti posti, dalla Libia al Medio Oriente, all’Afghanistan. Il dopo è più doloroso ancora della guerra in corso. Se chi parla di guerra andasse a vedere il panorama che rimane dopo, lo strazio, i lutti, le cicatrici mai rimarginate, parlerebbe con più prudenza».

Nel 2004 durante la guerra in Iraq sei stato sequestrato con la troupe del Tg5 da un gruppo di paramilitari. Che ricordo hai di quell’esperienza?
«Ricordo la paura, naturalmente. Però io dovevo fingere di non averne, perché ero l’anziano del gruppo, ero io che avevo scelto di andare in quella zona e quindi dentro di me dicevo: “Sei stato un idiota!”. Ma dovevo far capire a questi che ci avevano preso, tolto le scarpe, le cinture, sequestrato i documenti, i soldi e tutto, che stavano commettendo uno sbaglio. Dovevo mostrarmi indignato, sicuro di me. Ero un giornalista, non dovevo avere nulla da temere e dovevo rassicurare i miei perché ero io che facevo la trattativa. Poi è andata bene e questo ha aggiunto una medaglia immeritata al mio curriculum, però dentro di me penso ancora: “Sei stato un idiota!”. Pensi sempre che a te non succeda, invece succede a te come agli altri. Alla base di ogni sequestro c’è la sfortuna, a volte un errore, la sottovalutazione di un pericolo. Lì eravamo andati in una zona dove si scontravano le milizie sciite e gli americani. E noi siamo andati alle spalle degli sciiti. Una scelta azzardata».

A Sarajevo invece hai trovato un “figlio”: Kemal, un neonato che perse una gamba e la madre a causa dei bombardamenti. Lo portasti di nascosto in Italia per garantirgli le cure e una protesi.
«A volte stai fotografando uno che soffre e capisci che forse è meglio mettere giù la macchina fotografica e andare a tirarlo su. È successo proprio così. Quella volta ho capito che il giornalismo non bastava. Oggi Kemal ha 33 anni, sta bene, lavora, anche se con una certa… pigrizia balcanica. E siamo sempre in contatto. Ha vissuto con la mia famiglia per cinque anni, abbiamo un rapporto che sconfina nel paterno. Pensa che sui suoi social si fa chiamare Kemal Capuozzo».

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