Se il secondo album è sempre un esame importante per un giovane artista, Anna Castiglia lo supera a pieni voti. Si intitola “La paura in tasca” il nuovo disco di inediti della cantautrice catanese in uscita il 25 settembre e che arriva dopo la prestigiosa Targa Tenco vinta dal suo debutto “Mi piace”. Abbiamo incontrato Anna a Milano, la città che l’ha adottata da qualche anno, per farci raccontare le emozioni della vigilia e il segreto dell’ironia intelligente che pervade le sue canzoni.
Anna, intanto com’è il tuo stato d’animo in queste ore?
«Euforico e a tratti curioso. Mi sembra che non sia passato un giorno dall’uscita del primo album, e invece proprio in questi giorni cade il secondo anniversario. Infatti sui social mi stanno arrivando i “ricordi” di quei giorni, sto rivivendo anche quelle sensazioni. È una cosa nuova, ma allo stesso tempo è un tuffo nel passato. Sono entusiasta».
Come ti trovi da siciliana qui a Milano?
«Ho avuto una città di passaggio, che è stata Torino, e quindi lo shock è stato più graduale. In realtà non ho subìto alcun trauma quando sono arrivata a Milano, anzi è stata una boccata d’aria fresca. È una città piena di stimoli, con persone che arrivano da tutto il mondo, è un po’ come viaggiare stando ferma».
Il titolo di quest’album coincide con l’ultima canzone, che hai scelto come manifesto: “Vivo con la penna nella borsa ma con la paura in tasca”.
«Quel ritornello rappresenta una sorta di tranquillante dopo strofe catastrofiche in cui ci si immagina di non scrivere più canzoni, di ritrovarsi a lavorare in un bar senza una laurea, di vedere la Targa Tenco che si butta dalla mensola. In realtà, la paura è proprio il mio motore: la penna, da sola, non basterebbe. È quel piccolo carburante, quella scintilla data dalla paura, che mi spinge a fare le cose».
E che rapporto hai adesso con la paura, dopo che sei riuscita a scriverne?
«Ovviamente è migliorato, l’album è la fine di un percorso interiore, ma ho capito che devo conviverci. Perché non darle un ruolo da protagonista anziché vederla sempre e solo come un’antagonista? Questo è l’obiettivo che mi sono data: considerarla un’alleata».
Se dovessi descrivere questo disco, pensando soprattutto a chi non si è ancora avvicinato alla tua musica, che parole useresti?
«Forse variegato, quasi “isterico” per i continui cambi di ritmo, di genere e di scrittura. Anche se rispetto al primo è più unitario, perché c’è stata un’unica produzione dietro e abbiamo lavorato tanto su questo aspetto. Nel primo disco c’erano tanti singoli realizzati con persone diverse. Però c’è sempre quel salto da un genere a un altro, forse la varietà è l’elemento che può incuriosire di più».
Tu sei una cantautrice, in fase di scrittura lavori da sola. Poi entri in studio e cambia tutto.
«In passato mi recavo in studio con le canzoni già pronte, a volte anche musicalmente, perché magari mi capitava di suonarle già dal vivo. In questo caso non è andata così. Ne ho raccolte tantissime, più di venti, e sono andata in studio molto prima, quando ancora non avevo scelto quali includere nel disco. Volevo fare un lavoro di gruppo, mi annoiava lavorare da sola in camera. Ho voluto coinvolgere i produttori, Ramiro Levy e Alessandro Di Sciullo, in questa fase più creativa e di assemblaggio dei ritornelli, prima ancora di arrangiare».
Come avete lavorato insieme?
«Abbiamo fatto una mega cernita: mi hanno chiesto di ascoltare tutto, anche pezzi vecchissimi. Grazie a questo processo abbiamo inserito brani del 2017 come “Alito sonoro” e “La nuova stagione”, che non pensavo avrei mai pubblicato. Dopo questa ricerca abbiamo iniziato a suonare i brani sperimentando insieme, creando una dinamica di gruppo: metti su il pezzo, ognuno prende uno strumento, si prova e poi si fissa un’idea. Una volta definite le idee di base, siamo andati in “residenza” per otto giorni in una casa in mezzo alle colline del Piemonte. Lì abbiamo registrato molte cose in presa diretta, mentre altre, come “Mirò” o “La Nuova Stagione”, sono state prodotte in maniera più strutturata».
Hai accennato a delle canzoni a cui hai dovuto rinunciare. I brani che non sono finiti in questo disco sono perduti o pensi che possano avere una vita in progetti futuri?
«Assolutamente sì, penso che si debba conservare tutto, perché prima o poi si trova una collocazione. Alcune delle escluse avranno probabilmente vita a breve. Una di queste è una “non-canzone” tutta in dialetto, ha una forma strana e umoristica, quindi magari la abbineremo a un video o a un altro tipo di contenuto. Insomma, non si butta via niente!».
A proposito, nel tuo album precedente c’era un pezzo in dialetto siciliano che qui non troviamo, anche se cantare in dialetto è molto di moda.
«Anche se non ho inserito una canzone in dialetto, quel passato e quell’influenza sono sempre presenti e sottintesi. Ci sono due canzoni escluse legate alla Sicilia, una per il dialetto e l’altra per il tema: avranno forse più spazio se pubblicate da sole. Non mi sentivo in dovere di inserire un pezzo in siciliano, il legame con la mia terra c’è a prescindere».
L’ironia è uno dei tratti più distintivi delle tue canzoni. La usi per affrontare temi complessi, c’è sempre questo filo conduttore. È un’arma di difesa o di attacco?
«Entrambe le cose. Molto spesso è una difesa per non aprirsi del tutto, per mascherare dei sentimenti o delle idee. Ma può essere anche pungente, l’ironia ha sempre una doppia faccia. A me piace utilizzarla, mi appartiene da sempre, non solo nella musica. Nella vita di tutti i giorni so essere una persona molto drammatica… quindi l’ironia mi aiuta a non cadere troppo nel dramma (sorride)».
Qual è la canzone del disco che ti rappresenta di più come persona?
«Penso che sia “Mirò”, perché c’è un modo di scrivere che in questo momento mi rispecchia: è più sintetico e, anche a livello sonoro, ha il tipo di “vestito” che preferisco. Ovviamente mi sento rappresentata anche da brani come “Alito sonoro”, ma si tratta di canzoni che risalgono alla Anna appena uscita da scuola, figlie di una dimensione più spensierata».
E la canzone più personale invece?
«Forse “Se ti guardo come gli altri”, ma anche “Scema”. Pur essendo un brano “up-tempo” è una canzone diretta e intima che parla del rapporto con mio padre, quindi decisamente personale».
“Scema” è proprio una lettera a tuo padre in cui si sente molto affetto ma anche la voglia di liberarsi da un certo “abito” educativo. Che reazione ha suscitato?
«In realtà la porto nei live già da un po’ e quindi mi è capitato di suonarla a Catania davanti a mio padre. Lui mi ha fatto le sue solite battute: essendo un comico, l’ironia è la sua arma principale. Mi ha risposto dicendo che scriverà anche lui una canzone contro di me!».
Farete un dissing come i rapper.
«Sì (ride)! Ci tengo a dire però che prende tutto con il sorriso».
Ci sono stati ascolti o incontri che ti hanno influenzata, soprattutto in studio?
«I produttori Ale e Ramiro mi hanno aiutata tantissimo a trovare la direzione giusta. C’è un’artista che ho fatto ascoltare loro mentre lavoravamo e per cui sono impazziti, tanto da diventare la nostra guru: Mei Semones, è nippo-americana e fa un genere indefinibile che può sembrare jazz o bossa nova, ma all’improvviso cambia tempo e stravolge tutto. È stata il nostro faro, perché ha una capacità incredibile di unire più generi all’interno della stessa canzone, ma facendo tutto a modo suo».
Una delle sorprese è stata trovare alla fine di una canzone la voce di Valerio Lundini.
«Durante la residenza avevo scritto una storia, “L’uomo meno famoso d’Italia”, riflettendo sul fatto che ormai abbiamo quasi tutti la spunta blu verificata e raccontiamo la nostra vita sui social, come se ci fosse Barbara D’Urso a chiederci cose che in realtà a nessuno interessano. Il personaggio della mia storia è l’unica persona a non essere famosa e, in un futuro distopico, diventa una celebrità».
E ha la voce di Lundini…
«Mi è venuto in mente subito lui, sono una sua grande fan e mi immaginavo perfettamente la sua voce. Quel ruolo gli calzava a pennello. Gli ho scritto a scatola chiusa. Per un po’ non ha visto il messaggio, ma quando mi ha risposto si è mostrato subito interessato. Mi ha persino raccontato di aver scritto uno sketch simile anni fa per la radio. Abbiamo lavorato a distanza ed è stato super disponibile».
E poi in “Ho finito i pezzi latin” appaiono i Selton, di cui Ramiro è un membro. E ti prendono in giro…
«Io sono una loro fan fin dai tempi della scuola. Ci siamo incontrati tanto tempo fa a Milano, al compleanno di un’amica in comune, mia e di Ramiro. Sui social c’era già stata qualche interazione, ma da quel giorno siamo diventati molto uniti, tanto da lavorare insieme al mio brano “U mari”. Ramiro è uno dei due produttori, mi sembrava d’obbligo inserire la band, volevo che fossero proprio loro a… insultarmi come occidentale che si appropria delle culture altrui!».
Lo spunto ti è venuto perché qualcuno ti ha accusata di appropriazione culturale?
«Per fortuna no, non mi è mai successo, ma mentre lavoravo all’album mi sono resa conto che non c’era neanche un pezzo latino, lo scorso disco ne era pieno. Mi sono detta: “Oddio, è un cambiamento enorme, è come togliermi gli occhiali, la gente non mi riconoscerà più!”. Così ho scritto il “funerale” di quel genere, per chiedere ai fan di accettare il mio cambiamento».
Quindi non ci saranno mai più pezzi in stile latino nel tuo repertorio?
«Ma no, in realtà a un livello più tecnico c’è sempre un po’ di ritmica latina nelle mie canzoni, anche se magari non in modo spudorato. Meglio così, perché risulta tutto più contaminato e meno un puro esercizio di stile. Ma un’impronta ritmica di quel tipo rimane sempre».
Il singolo “Niente di me” si apre con la frase: “Non voglio più cultura, voglio solo canzoni”. Da dove nasce questa ribellione interiore?
«Quella frase è nata di getto, ovviamente non parlo di cultura intesa come libri o mostre, ma proprio dei costumi. Ho provato un rifiuto verso l’impostazione sociale. Essendo io una grande secchiona, ho assimilato tutto ciò che mi hanno insegnato, che si fa in un determinato modo e basta, ma oggi mi rendo conto che alcune di quelle cose forse non le volevo. Purtroppo è difficile togliersele di dosso. E poi la richiesta continua di essere costantemente informati su tutto è soffocante: bisogna essere sul pezzo, sposare le cause di chiunque. La mia generazione è così: molto severa, rigida, “svaga” poco».
Hai trovato una via d’uscita a questa sensazione?
«Ogni tanto tengo a bada i social e cerco di rincitrullirmi guardando una serie tv».
Tornando alla Targa Tenco che si lancia dalla mensola, cosa ha significato per te quel premio?
«Vincere ti dà credibilità, non solo agli occhi degli altri, ma anche ai tuoi: ti porta a crederci un po’ di più. Il riconoscimento esterno ti regala quella validazione che spesso, da soli, non basta. Allo stesso tempo, però, ti mette pressione addosso e crea maggiori pretese. Questa cosa mi ha portata a essere a volte un po’ rigida verso il nuovo album, come un genitore severo nei confronti di un nuovo figlio che deve essere bravo quanto il primo. Certe dinamiche sfuggono dal nostro controllo, è fondamentale imparare a lasciare andare, essere più leggeri».
Nei concerti cambierà qualcosa rispetto al passato o porterai avanti una formula che senti tua?
«L’idea è mantenere uno show che abbia dei momenti distinti: il set chitarra-voce, la parte più teatrale, il momento tip tap… Non so ancora se manterrò esattamente questi blocchi, ma voglio uno spettacolo suddiviso in atti, che sia vario e dinamico. Quella è la mia formula. Ovviamente non voglio forzare l’inserimento di alcuni elementi solo perché sento di doverlo fare: magari stavolta non ci sarà il tip tap e mi inventerò qualcos’altro».
Secondo me se non balli il tip tap i fan ci rimangono male…
«(Ride) È probabile, infatti sto cercando di capire come inserirlo!».
Poi ami condividere il palco con altri artisti in una dimensione di comunità musicale.
«Decisamente, farò in modo di avere sul palco gli ospiti dell’album, dove sarà possibile. E poi, non dico di voler organizzare un mini festival ogni volta, ma condividere il palco con altre persone è stupendo. Mi piace proprio il concetto di varietà, nel senso teatrale, e ci tengo a mantenerlo vivo nei miei live».
In questi anni hai fatto tantissimi concerti. Cos’hai imparato del tuo pubblico?
«Suonando dal vivo e guardando la platea si impara tantissimo. Intanto capisci che non c’è mai lo stesso tipo di pubblico, ma c’è sempre una grande fiducia alla base: le persone non sono lì per giudicarti o guardarti male. Chi viene ai concerti ti dedica il proprio tempo, compra un biglietto finanziando il tuo lavoro e mostra un’educazione all’ascolto che ammiro profondamente. Io non mi sento altrettanto generosa come ascoltatrice. Ho scoperto un pubblico variegato, curioso, che ha voglia di riflettere e di tornare a casa con delle domande. Dal canto mio, ho imparato ad abbassare la guardia. Così come le persone si fidano di me, anch’io devo imparare a fidarmi di loro. Alla fine è una relazione a due. A volte fa paura perché dal palco sei sola contro tutti, ma non è mai uno scontro, è sempre un incontro».
Le date del tour
5 Novembre – Torino – Hiroshima Mon Amour
12 Novembre – Firenze – Combo Social Club
13 Novembre – Roma – Largo Venue
20 Novembre – Bologna – Locomotiv Club
25 Novembre – Milano – Santeria Toscana 31
26 Novembre – Milano – Santeria Toscana 31
2 Dicembre – Napoli – Teatro Bolivar
4 Dicembre – Lecce – Officine Cantelmo
5 Dicembre – Molfetta (BA) – Eremo Club
10 Dicembre – Palermo – I Candelai
18 Dicembre – Roncade (TV) – New Age Club
29 Dicembre – Catania – Teatro Metropolitan
The post Anna Castiglia e il nuovo album “La paura in tasca”: «Ho imparato ad abbassare la guardia» appeared first on TV Sorrisi e Canzoni.





